Per Murdoch la proprietà del Wall Street potrebbe essere il volano per la sua nuova reputazione. Ma non è detto che ciò salvi la testata da un cambiamento nella sua identità, come spesso avviene per vie sotterranee nei giornali di tutto il mondo.
So what? Cosa significa dunque l'acquisto del gruppo Dow Jones, che possiede il Wall Street Journal, da parte di Rupert Murdoch? Una concentrazione ulteriore dei media nelle mani di un unico impero (quello della News Corp) non è ovviamente una cosa allegra. In un mondo dell'informazione già fin troppo addensato, l'ulteriore dilatarsi di un impero del genere, esteso su tutto il globo, è comunque un cattivo segnale per l'informazione e per la democrazia, indipendentemente dal proprietario e dalle sue linee editoriali.
Il personaggio Murdoch ha un'unica caratteristica, quella di guardare solo agli affari, per cui, a seconda della convenienza, può appoggiare l'una o l'altra linea di politica editoriale con assoluta indifferenza ai valori. In Inghilterra, per esempio, schierò i suoi quotidiani dalla parte dei laburisti, ribaltando le precedenti opzioni pro-conservatori. In America la sua rete televisiva Fox News si è invece sviluppata e ha oscurato la fama della Cnn, cavalcando ogni volgarità e ogni basso populismo in piena sintonia con l'amministrazione Bush. La campagna a favore della guerra in Iraq è stata decisiva nel plasmare, per due anni almeno l'opinione pubblica.
Non per caso il famoso regista militante Robert Greenwald ha realizzato un sito tutto dedicato agli attacchi scomposti che Fox News porta ogni giorno contro i blogger, i candidati democratici, gli ambientalisti e via sproloquiando. Greenwald fa ottima controinformazione, con un montaggio rapidissimo di spezzoni tratti da Fox News, accompagnati da commenti fuori campo e urletti di disappunto, tipo Gialappa's Band.
Ovviamente sarà impossibile imporre la stessa volgarità e partigianeria alla robusta redazione del Wall Street Journal, ma i mutamenti di stile nei giornali avvengono spesso per vie sotterranee, quasi mai attraverso censure esplicite o perentori ordini della proprietà. Già oggi peraltro il WSJ ha una curiosa caratteristica: la sezione degli editorialisti è totalmente separata dal resto della redazione, anche fisicamente, e si caratterizza per essere l'espressione più conservatrice e persino reazionaria del pensiero politico-economico americano. La redazione invece lavora sui fatti, e non guarda in faccia a nessuno, spesso praticando un giornalismo investigativo basato su mesi di scavo che nel panorama italiano ed europeo sono invece una rarità. Che si tratti della Exxon, di grandi banche o dello stesso Murdoch, i fatti che i giornalisti propongono sono solidi, documentati e sovente tali da far tremare politici e imprenditori. E' la migliore tradizione del giornalismo civile.
Per tutelare questa indipendenza il comitato di garanzia che l'accordo prevede è poca cosa, una foglia di fico. Sarà certo in grado di intervenire su grossolane manipolazioni, ma non sul progressivo slittamento dei formati dall'inchiesta al pettegolezzo, o sulle aggettivazioni suggestive e populiste. La partita è tutta nelle mani dei giornalisti stessi e del loro orgoglio professionale ma l'esito non è affatto garantito e ci sono molte ragioni di pessimismo.
Nello stesso tempo Murdoch non potrà volgarizzare più di tanto il suo Journal: con esso ha acquistato non solo 1,7 milioni di lettori Usa, ma reputazione per se stesso. Lui, sempre trattato come un volgarone e un rapace, si è messo in casa il brand prestigioso e dovrà esserne in qualche modo all'altezza.
La partita più grossa verosimilmente si giocherà nella convergenza dei media: fare di Dow Jones-WSJ il più importante servizio globale per l'economia e la finanza nel mondo globale. In questo caso le opportunità di business pubblicitario e di influenza sono ben più vistose e importanti della singola partita americana.
INVECE Mercoledì 01 agosto 2007 - 13:00 (960 giorni fa)
Argomenti trattati: editoria, News Corporation
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