Per la grande G sono tempi difficili. Dall'attacco degli editori alle critiche tedesche a Google Analytics per finire con vari incidenti. Sembra che l'ultima moda sia prendersela con il motore di Mountain View, che a questo punto forse deve cambiare.
Chissà la congiuntura astrale di Google come si presenta negli ultimi tempi, sempre che gli astri si occupino anche delle aziende. A giudicare dalle notizie che popolano la carta e la rete si direbbe infatti che il motore di ricerca abbia qualche pianeta contro, forse addirittura Marte. Da una parte infastidisce la sua posizione di monopolio e la sua forza, consistente nel pescare liberamente nelle pagine dei siti di informazione, senza neppure il disturbo di passare per la home, laddove c'è la pubblicità, laddove entra in gioco il vil denaro. Del resto chi non acconsente all'algoritmo di pescare liberamente si dà, come si suol dire, la zappa sui piedi, tagliandosi fuori da un territorio importante. Anzi, da "il territorio". In pratica allo stato attuale chi oscura i propri siti alla grande G si rende irraggiungibile.
Le opzioni sono due: o subire la situazione così come è o ribellarsi, semplicemente e solamente negando il permesso. La questione è sollevata e sintetizzata in un articolo di Massimo Mucchetti pubblicato sul Corriere della Sera in cui, partendo dalla posizione del magnate australiano Rupert Murdoch, che in un'intervista ha ventilato l'ipotesi di oscurare i suoi siti al motore di Brin e Page, ripercorre parte della storia di questo grande simbolo globale della libertà. Il pericolo è che divori sè stesso - dice Mucchetti. E del resto alla natura idealista della grande G e alla sua idea democratica sono in molti a non credere più. Che il motore di Mountain View si sia venduto alle logiche del potere? Fece già strano al tempo che si quotasse in Borsa, solleticando commenti aspri di chi intravedeva nella manovra un pericolo di perdita di purezza. Oggi Google è un'impresa universale, come la definisce Mucchetti. Peccato che esista un vuoto legislativo in materia su molte questioni collaterali che fa sì che il search engine non paghi il fisco per i suoi enormi introiti pubblicitari e che si trovi indisturbato in una posizione dominante.
Forse il potere logora o forse logora chi non ce l'ha. Sta di fatto che per senso di giustizia o invidia le dichiarazioni di Murdoch hanno fatto tendenza: la casa editrice del Denver Post e di altri 54 quotidiani statunitensi vuole entro l'anno prossimo ricalcare Rupert Murdoch, con il quale secondo indiscrezioni si sarebbe già schierata Microsoft. Ma le sventure non vengono mai da sole e ora ci si è aggiunta la Germania, che prende di mira Google Analytics e sottolinea una grave disattenzione del tool nei confronti della privacy. In sostanza secondo il Governo tedesco potrebbero esserci gli estremi per una multa ai siti che utilizzano questo strumento di analisi dei dati web che permette informazioni precise e riservate sull'efficacia delle campagne di marketing. Google Analytics non rispetta le leggi tedesche sulla privacy: questo è il punto, aggravato dal fatto che i dati raccolti vengono spediti verso server ubicati negli Stati Uniti, quando a rigor di legge dovrebbero restare nei confini nazionali. Anche la posizione tedesca potrebbe fare tendenza e risvegliare l'attenzione di chi vigila sulla privacy in altri Paesi.
E mentre la Germania medita una multa intorno ai 50 mila euro e gli editori sono alle prese con il dilemma "indicizzare o non indicizzare", i nemici del motore di ricerca aumentano, come aumentano le querelle che lo tirano in ballo. Ci si mette persino l'affaire Michelle e quella sgradevole manipolazione fotografica a sfondo razzista che ripropone la first lady con offensive sembianze scimmiesche. L'algoritmo di Google, amorale e acritico come i bambini, attribuisce alla foto ritoccata il terzo posto nella ricerca immagini. Con una clamorosa gaffe diplomatica che peraltro ha dei precedenti simili nel passato. Possibile che Google non sia mai chiamato a una responsabilità? sbraitano i critici.
"Ladri di notizie", accusano invece quelli che vorrebbero essere al posto di Brin e Page.
In realtà le cose si stano muovendo: lo conferma la sentenza sul caso del ragazzo down vessato, che chiama perentoriamente il motore di ricerca a controllare e vigilare su ciò che circola sotto il suo marchio e che ha un significato importante, al di là del singolo caso.
Rimangono i devoti di Google e chi lo difende, come Stefano Quintarelli, che nel suo frequentato blog fa notare che ormai, comunque agisca, Google rischia di sbagliare e smonta alcune riflessioni di Mucchetti. Vero è che Google è un unicum, trattandosi di "un'infrastruttura globale al momento non replicabile" e come tale va trattato. Del resto la questione più generale è sempre quella: portare la nuova economia sotto il dominio della legge. Si è posta in tema di copyright, di privacy e di fisco. Si pone continuamente e di volta in volta sono sempre i più potenti (ma anche i più innovativi) a finire sotto i riflettori della legge. A volte, come giustamente sono state definite, sono prove di forza (vedi Murdoch), altre volte sete di giustizia. L'importante è non cadere nella tentazione di negare quanta visibilità abbia offerto l'azienda di Brin e Page a siti famosi e meno famosi, belli e brutti, potenti o idealisti. Questa si chiama democrazia, anche se ormai l'azienda di Mountain View è venuta a patti con il potere, i soldi e tutti i mali delle multinazionali. Ora la tentazione di abusare di un monopolio è senza dubbio alta e i paletti vanno messi. Ma non si dica che gli editori stanno lottando in difesa della democrazia. Nessuno ci crederebbe.
INVECE Giovedì 26 novembre 2009 - 09:16 (281 giorni fa)
Argomenti trattati: Google, privacy
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