News Corp ha conquistato il Wall Street Journal e l’intero gruppo editoriale Dow Jones per 5 miliardi di dollari. Mesi di trattative serrate, tra le preoccupazioni dei giornalisti e della famiglia Bancroft, che infine ha deciso di vendere. Cambierà il più autorevole giornale economico d’America?
News Corp e il suo presidente e fondatore Rupert Murdoch hanno vinto la più grande partita dell'editoria mondiale del momento: la conquista del Wall Street Journal e del suo editore, Dow Jones & Co, un'azienda con 124 anni di storia. La firma dell'accordo definitivo è avvenuta ieri sera, dopo che i board delle due aziende hanno dato la loro approvazione finale all'operazione da 5 miliardi di dollari. La famiglia Bancroft, storico editore del Wall Street degli ultimi cento anni, ha approvato con il 37 per cento dei voti a favore il passaggio di proprietà. La Dow Jones & Co. si aggiunge dunque all'impero da oltre 70 miliardi di dollari creato da Rupert Murdoch, che comprende ormai più di cento quotidiani, programmi tv in digitale e satellite, svariate attività online tra cui MySpace, il gruppo televisivo Fox. Per i Bancroft non c'è stata scelta: l'offerta di Murdoch – 60 dollari per azione – era la migliore e l'unica seria in circolazione. «Da un lato è alquanto triste, ma dall'altro era la sola cosa sensata da fare», commenta dalle pagine del Wall Street stesso Elisabeth Goth Chelberg, membro della famiglia molto sensibile, da diverso tempo, ai problemi di management dell'azienda familiare.
LE TAPPE – La prima offerta di News Corp. su Dow Jones è del 29 marzo scorso: la fece Murdoch direttamente a Richard F. Zannino, Ceo dell'editore del WSJ. Il 17 aprile arriva la lettera del magnate australiano: offre 60 dollari per azione in contante al direttore di Dow Jones, Peter McPherson. Il 2 maggio la risposta pubblica di McPherson: nessuna decisione verrà presa finché il 52 per cento della famiglia Bancroft non dichiarerà di essere a favore de ll'operazione . Il 4 giugno è il giorno del primo faccia a faccia, Bancroft vs. Murdoch. La famiglia avverte che è disposta all'operazione solo se il Wall Street rimarrà fuori da ogni ingerenza da parte del magnate. 22 giugno: la contrattazione formale ha ufficialmente inizio, ma è solo il 17 luglio che il board di Dow Jones vota a favore di un accordo per 5 miliardi di dollari. 31 luglio: la firma ufficiale.
LETTERE AI LETTORI – Uno dei punti che più ha spaventato la proprietà e i giornalisti negli ultimi mesi di trattative riguarda la qualità dell'informazione, l'ingerenza del nuovo editore, la reputazione stessa della testata economica. È direttamente il vice presidente del gruppo editoriale Dow Jones Louis Gordon Crovitz a rassicurare i lettori: «Sta a voi il giudizio finale, ma i talentuosi e preparati giornalisti che producono il Journal hanno un piano molto semplice. Continueranno a fare quel che hanno fatto per oltre cento anni: guadagnare e mantenere la fiducia dei lettori più esigenti al mondo, pubblicando le loro notizie e analisi». E ancora: «Nessun operatore controlla o può arrivare a controllare le nostre notizie. Siamo orgogliosi della fiducia che riponete nel nostro lavoro. Cercheremo di fare ancora meglio. Cercheremo di avere sempre notizie oneste, intelligenti e senza pregiudizi».
LE REAZIONI – Mentre il Wall Street apre un forum dedicato per i commenti dei lettori, sono le grandi testate Usa a sondare il terreno per le strade. Il New York Times chiede in giro per Manhattan se Rupert Murdoch sia una canaglia, il salvatore o semplicemente un ambizioso uomo d'affari. «Murdoch è il diavolo e non crederò mai più a una parola di quel giornale», risponde Jason R. Bader, avvocato di Wall Street assiduo lettore del Journal. Per altri la paura peggiore è che diventi come il New York Post, sempre di proprietà di Murdoch. Mentre alcuni vorrebbero che un cambiamento in tal senso avvenisse al più presto, come l'operatore finanziario Jim Cramer: «Inizio la mia giornata con la sezione business del NY Post per via delle sue storie incisive, pertinenti, eccitanti. Si può essere incisivi senza sacrificare la qualità». Per altri ancora, il processo di omologazione tra NY Post e WSJ è inesorabilmente iniziato: «In pochi mesi i servizi del Wall Street saranno più briosi e alla moda, ma anche più corti e sempre meno investigativi», commenta rassegnato l'avvocato Kevin O'Connell.
I PROGETTI DI MURDOCH – Accrescere la sua super potenza nel mondo dei media online e offline è il grande cappello sotto cui lavorano le molte strategie intrecciate di Rupert Murdoch già da oggi, il giorno seguente la firma del grande accordo. La sua presenza nel mondo dell'informazione economica gli permetterà, per esempio, di creare contenuti di alto valore per un nuovo canale di Fox News dedicato al business che possa, finalmente, competere con l'analogo della Cnbc. Nel contempo partirà la strategia pubblicitaria: per raccogliere spot e tabellari, Murdoch sembra pronto a operazioni di dumping, inserendo il Wall Street nel pacchetto delle sue testate e offrendo dunque gli spazi anche a cifre inferiori alla media, pur di raggranellare capitale. La lotta dei numeri con i diretti rivali Financial Times e New York Times è appena iniziata. Vi sono poi le mire rispetto agli obiettivi della testata: se oggi il WSJ è il miglior quotidiano economico d'America, perché non farlo divenire anche il più influente in campo politico? Il sogno è riuscire a fare come il suo Times in Gran Bretagna: creare un protagonista che detti al mondo politico, anche mondiale, l'agenda del giorno.
Sullo stesso tema, l'editoriale di Franco Carlini
NOTIZIE Mercoledì 01 agosto 2007 - 13:00 (1129 giorni fa)
Argomenti trattati: editoria, News Corporation
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