Contro l'affollamento da festival. Mentre tutta Italia corre per avere il proprio happening, Roma inciampa sui temi dell'innovazione, mettendo in pratica un'altra cattiva abitudine: la lamentazione.
Ci sono alcune parole oramai insopportabili – e perciò anche impronunciabili. L'una è debriefing, che sarebbe il seguito di una riunione breve (brief) durante la quale il capo o il cliente ci ha detto che cosa si aspetta da noi. Il successivo debrief di solito si svolge all'insegna del «cosa diavolo voleva dire?», ma di recente è diventato un pessimo eufemismo con cui quelli di Italia1 annunciano l'irruzione (illegale) degli spot pubblicitari durante le gare di moto. Prima lo chiamavano stop and go, ma ora hanno scoperto il linguaggio dei manager, manco fossero usciti da una riunione con Marina Berlusconi.
Un'altra parola logora è festival, una pestilenza linguistica che affligge molti comuni d'Italia, ognuno desideroso di avere i suoi intellettuali sul palco, le masse in coda e molta copertura mediatica. Ma quando l'affollamento è tanto e le finestre temporali ristrette, limitate a un po' di primavera e a uno squarcio d'autunno, la densità diventa eccessiva. Questo format ha sostituito le più contadine sagre e feste, ma a differenza di quelle, eventualmente dedicate al baccalà o ai formaggi d'alpeggio, vuole essere anche colto e politico.
Un tempo i festival erano solo quelli della musica e del cinema, oggi non c'è disciplina del sapere che non abbia il suo: letteratura (Mantova, ma anche Roma), mente (Sarzana), antropologia (Matera), poesia (Genova e non solo), filosofia (Modena), storia (Saluzzo e Savigliano), matematica (Roma), economia (Trento), scienza (Genova e tanti altri).
Così in quel di Roma, città che aspira ad essere la patria di tutti i festival possibili, si è appena svolta un'iniziativa che alla parola abusata ne ha voluto accoppiare un'altra, anch'essa ormai insignificante. Hanno così creato un «Festival dell'Innovazione», che poi altro non era che un susseguirsi di convegni con politici, imprenditori e universitari.
La domanda centrale non era affatto stupida: «di cosa parliamo quando parliamo di innovazione?», ma non ha avuto risposta. Piuttosto è successo di peggio perché anche lì, all'Ara Pacis, si è infilato un altro virus da italici convegni e cioè la lamentazione sull'innovazione che non c'è. «Non ci sono investimenti in ricerca, non ci sono aziende leader, non c'è industria. Cina e India eroderanno le nostre quote di mercato nel manifatturiero. Mentre nell'hi-tech, senza finanziamenti, ci limiteremo a fare i consumatori». Così è stato detto a Roma, confermando che l'innovazione all'italiana la si intende finanziata, finanziata e finanziata. Via di Ripetta, non è esattamente la California.
Ps: Un "Festival della Conoscenza" sembra l'ultima invenzione che Roma sta progettando.
INVECE Mercoledì 13 giugno 2007 - 12:38 (1001 giorni fa)
Argomenti trattati: innovazione
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