Non è tutto sociale quello che web

Un particolare della copertina del libro di Cass SunsteinNon è meraviglioso? Non è il trionfo dell'estrema libertà e personalizzazione dei consumi? La tendenza percorre tutti i media, non solo quelli internet; palinsesti personalizzabili offrono le tv, magari attraverso apparecchi dedicati alla bisogna, come Tivo (un videoregistratore su hard disk, dove prenotare gli spettacoli e i canali da registrare).

Ma qui nasce un nuovo problema, che uno studioso americano, Cass Sunstein dell'università di Chicago, ha già affrontato nel 2001 con il suo libro «Republic.com» e che ora ripropone, in versione aggiornata agli ultimi sviluppi dei blog e dei social network. Il titolo, persino un po' troppo ovvio è «Republic.com 2.0». La sua preoccupazione, del tutto condivisibile, è questa: una tale perfetta possibilità da parte di ognuno di selezionare quanto gli interessa e di escludere tutto il resto genera una pericolosa frammentazione della sfera pubblica che a sua volta si riflette negativamente sull'idea stessa di democrazia e di libertà di espressione. Il Daily Me o il My Journal, rinchiudono ognuno nel guscio dei suoi interessi attuali, senza esporlo mai ad altre informazioni e ad altri punti di vista. Così avviene spesso anche per i forum, i blog, le comunità: frequentare solo i luoghi dove si sa a priori che la pensano come noi può essere tranquillizzante e gratificante. Allineare il proprio sito a quelli simili è utile e fa comunità. Ma può anche accecare e limitare.

Al contrario, sostiene Sunstein, un ben congegnato sistema della libertà di espressione dovrebbe rispondere a due requisiti.

Primo: «le persone devono essere esposte a materiali (notizie e punti di vista, ndr) che non hanno scelto in anticipo. Degli incontri non pianificati, non anticipati, sono un elemento essenziale della democrazia». È la differenza che corre tra il frequentare un club chiuso (di tifosi di una squadra, di appassionati di arte digitale, di cultori di una sottocorrente del buddismo) e invece circolare per le piazze e negli angoli di strada, dove si incrocia, e magari si dialoga con, altra umanità. È la differenza tra coltivare l'identità in maniera esasperata e lasciarsi coinvolgere dalla diversità. Questo atteggiamento, da strada e piazza pubblica, è un potente antidoto a razzismi, settarismi ed estremismi.

Secondo: è utile e opportuno che «molti cittadini condividano delle esperienze. Senza esperienze condivise una società eterogenea avrà una difficoltà molto maggiore nell'affrontare i problemi sociali. Le persone possono trovare difficile capirsi gli uni con gli altri». Questo aspetto di piattaforma comune di informazioni è stata la grande caratteristica virtuosa della stampa quotidiana generalista: offre a ogni comunità, a diverse scale di grandezza, dal comune alla nazione, un contesto a partire dal quale stare assieme, ma anche se del caso discutere e litigare civilmente. È una condizione essenziale della democrazia. E non si tratta solo dei grandi fatti della politica: anche la cronaca nera e bianca, i nati e i morti, sono il tessuto comune che i quotidiani tradizionalmente offrono. È una funzione di collante (glue) sociale. In questo essi sono favoriti dalla loro struttura fisica, che obbliga a sfogliare: per arrivare alle pagine dell'amato sport uno è costretto a muovere i fogli e lo sguardo magari gli cadrà sul Darfur o sul riscaldamento globale: viene «esposto», appunto ad altri temi e problemi, e va a vedere che non si soffermi.

Se questi due elementi - l'esposizione e la condivisione di esperienze - vengono a mancare perché ogni individuo si costruisce il proprio media personale, le sue «camere ad eco» che appunto echeggiano le sue preferenze e i suoi punti di vista predeterminati, allora sono guai.

Il rischio segnalato da Sunstein è reale e già presente nelle nostre società, anche indipendentemente dalle tecnologie digitali, e non basta esorcizzarlo sostenendo che tanta informazione, anche se frammentata, è comunque un progresso. Ciò è vero, è sempre vero, ma non basta. Questi sono tempi di informazione sovrabbondante e dove, contemporaneamente, l'attenzione è la risorsa scarsa. Per questo «il filtraggio è un fenomeno inevitabile, un fatto della vita». Ma altrettanto utile è continuare ad alimentare e a valorizzare i luoghi della diversità e del libero confronto. Anzi proporsi esplicitamente di costruirli.

ZOOM Sabato 04 agosto 2007 - 08:00 (1126 giorni fa)    Pagina 2 di 2

Franco Carlini

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Argomenti trattati: coda lunga, altre economie, grassroot journalism

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