Entro l'estate tutto il catalogo di Napster sarà in vendita senza sistemi di protezione digitale (Drm), e compatibile con l'iPod per migliorare il fatturato. Se si procede di questo passo, torneremo ad avere quello che avevamo dieci anni fa, il vecchio Napster.
Il Ceo di Napster, Chris Gorog, ha annunciato che il servizio di musica online smetterà di vendere canzoni protette da Digital Rights Management (Drm). Tutto il catalogo sarà quindi distribuito in formato mp3, e sarà compatibile con l'iPod, il lettore portatile audio-video più diffuso al mondo. Il passaggio a un catalogo interamente libero dai software di protezione che complicano la vita al consumatore avverrà tra aprile e giugno 2008. Dieci anni precisi dall'esordio della prima versione del programma, realizzato dall'allora diciottenne Shawn Fanning, studente alla Northeastern University di Boston, per agevolare il reperimento di canzoni sui pc dei compagni di corso.
Da quando Napster è stato condannato in tribunale nel 2001 e da quando è diventato un servizio musicale benedetto dalle major della musica, nel 2002, le attività commerciali sono state un fallimento. Cinque anni di fatturati inferiori alle spese e alle attese, nonostante i 750mila abbonati. Prima delle disavventure in tribunale invece il software per condividere i file (musicali e non) vantava numeri da capogiro, decine di milioni di utenti ogni giorno si connettevano e scambiavano i propri archivi musicali. Gratis, senza drm e con un catalogo che nessuna piattaforma legale è mai più (o ancora) riuscita a mettere insieme. Un'occasione persa non solo per la discografia ma anche per gli investimenti pubblicitari: l'utenza di Napster era nel 2001 molto superiore a quella di Google (che poi con l'advertising tramite motore di ricerca ha trovato la soluzione per la pubblicità sul web…).
Il vecchio Napster aveva un modello di funzionamento che per trasformarsi in modello di business vincente avrebbe solo dovuto ascoltare i commenti più ragionevoli di allora, che suonavano più o meno così: si metta una tariffa di abbonamento, non esosa, tipo 10 dollari all'anno, si conteggino i files più scaricati e si ripartiscano i proventi tra gli autori. La tecnologia avrebbe permesso di adottare sistemi precisi di computo e divisione degli introiti. Così non è stato. Apple per prima capì che le case discografiche erano vittime del proprio letargo sugli allori conquistati nei trenta anni precedenti e improvvisò iTunes. Anche iTunes fu un fallimento, e se non fosse stato per l'accoppiata con il lettore iPod non avrebbe superato l'anno di vita. Solo lo scorso anno iTunes e le nuove piattaforme di musica online hanno iniziato a rimuovere i Drm dai propri cataloghi multimediali. Ora si adegua anche Napster. Se l'industria musicale farà ancora un piccolo sforzo tra qualche anno si potrebbe avere quello che già avevamo dieci anni fa. O quasi.
INVECE Lunedì 07 gennaio 2008 - 12:15 (970 giorni fa)
Argomenti trattati: drm, musica
Pagina 1 di 1





In poche settimane è diventato un fenomeno del web, con oltre 30 milioni di visitatori al giorno....
Ecco l'edizione 2010 del rapporto di Reporters Senza Frontiere. Crescono i Nemici di Internet e i...
Non solo attacchi suicida, traffico di droga e diritti negati. L'afgano Abdullah Qazi ha lanciato...
Secondo uno studio dell'Università di Stanford la dipendenza da melafonino dilaga. Il 70% delle...
Il giocatore potrà comandare i personaggio dei videogame attraverso i movimenti del corpo.
Sull'ultimo tool inaugurato da Mountain View si potranno visionare centinaia di grafici animati...