Mentre produttori musicali e cinematografici demonizzano i “pirati”, alcuni seri economisti spiegano perché il p2p è una rivoluzione antropologica ed economica nella fruizione dei media. E perché le major della musica hanno sbagliato (quasi) tutto
Per alcuni (l'industria dell'intrattenimento) sono dei pirati. Per altri, come il presidente della Festa del film di Roma Gian Luigi Rondi, dei criminali audiovisivi. C'è chi (Sarkozy) li vorrebbe disconnettere dalla rete e chi (il ministro Sandro Bondi) si limita a volerli «educare». E non si sa cosa sia peggio.
I destinatari di tante attenzioni poco benevole sono milioni di uomini e donne che scaricano e condividono file attraverso sistemi peer to peer (p2p), software e reti che sfruttano l'architettura decentrata di internet per trasformare ogni Pc in un nodo attivo di una straordinaria macchina di trasmissione delle informazioni (vedi box a fianco).Da anni, da quando ha fatto la sua comparsa sulla scena Napster, l'esercito degli «scaricatori» è la bestia nera di etichette musicali e signori di Hollywood che cercano di convincere governi e parlamenti ad adottare misure repressive per fermare pratiche ree di danneggiare i loro fatturati.
Realtà, non ideologia
Tecnologie da pari a pari
Peer-to-peer (p2p) è un termine ombrello che si riferisce a tre cose collegate ma distinte: rete, protocollo e applicazione.
Il p2p, innanzitutto, è un'architettura che descrive una rete informatica in cui ciascun terminale è connesso agli altri in modo paritario: non esiste una gerarchia in simili reti perché ogni nodo fornisce (e utilizza) le stesse risorse condivise.
Tra i network p2p ricordiamo ED2K e Gnutella. In secondo luogo, p2p indica i protocolli utilizzati da uno o più network per il trasferimento, le tecnologie che permettono la condivisione delle risorse, come FastTrack, MFTP o BitTorrent.
Infine, p2p indica l'applicazione che permette all'utente di connettersi al network, come eMule (su rete ED2K), Limewire (su Gnutella), µTorrent (BitTorrent) o KaZaA (FastTrack).
Se poi di questo manipolo di illuminati fanno parte seri economisti liberali, ancora meglio. Nessuno potrà accusarli di ribellismo sinistrorso. Accademici di questo tipo, senza troppi grilli radicali per la testa, sono gli studiosi chiamati a raccolta da Eli Noam e Lorenzo Maria Pupillo nella stesura di Peer-to-Peer Video. The economics, policy and culture of today's new mass medium, libro appena uscito negli Stati Uniti e dedicato all'impatto che avranno le tecnologie p2p e internet nel suo complesso sui contenuti fatti di immagini in movimento e non solo.
E pazienza se questi professori sono preoccupati soprattutto dell'efficienza del mercato. Le osservazioni di chi, aiutato dall'analisi matematica, guarda la realtà senza paraocchi possono essere preziose anche per coloro che cercano nei sommovimenti innescati dalla tecnologia spazi di azione culturale e politica.Ma che cosa ci raccontano i saggi raccolti nel volume che non emerge da un dibatto pubblico inquinato dalla propaganda dei colossi musicali e cinematografici?
Innovatori, non piratiInnanzitutto, come spiega un elegante saggio di Eli Noam, professore di Economia e Finanza alla Columbia University, che tanto astio rischia di danneggiare l'economia nel suo complesso.
Le opportunità di business, infatti, si fondano spesso su innovazioni tecnologiche dirompenti adottate e promosse da comunità di dilettanti al di fuori delle logiche di mercato. I diagrammi di Noam mostrano che il punto di ingresso di un'entità commerciale in un fenomeno innovativo è spesso spostato in avanti nel tempo rispetto a un gruppo di dilettanti che compensa i costi necessari per far partire un'attività con la passione e il volontariato.E' accaduto con i radioamatori che, all'alba delle trasmissioni radio, hanno popolato l'etere ponendo le basi per la successiva entrata in campo dei colossi commerciali negli anni ‘20. Vale per gli appassionati che negli anni '70 hanno messo a punto i primi personal computer e per l'internet, promossa da un progetto pubblico e sviluppata da una comunità di università.
Peccato, spiega Noam, che la società «glorifichi gli innovatori animati da intenti commerciali come imprenditori creativi ma ignori o disprezzi come pirati o occupanti abusivi le comunità innovatrici». Proprio quello che accade oggi per coloro che sviluppano e utilizzano applicazioni p2p. Tecnologie che, invece, dovrebbero essere considerate «frutto di imprenditorialità collettiva» e dunque apprezzate e incoraggiate dalla regolazione perché apriranno nuovi spazi di sviluppo economico.Antropologia, non tecnologia
Ma se la "caccia al pirata" è frutto di una visione miope del fenomeno, che dire di chi guarda solo alla tecnologia e si illude di porre argine al p2p con i Drm (sistemi che limitano la fruizione di file digitali) troppo restrittivi o con soluzioni lesive della privacy?
Il determinismo tecnologico, come racconta il saggio di Victor Mayer-Schoenberger, professore di Public policy ad Harvard, è una brutta bestia che rischia di far perdere di vista la vera portata del fenomeno: una nuova antropologia del consumatore. I software p2p hanno infatti «facilitato» l'emersione di una mentalità dell'utente che «chiede una revisione fondamentale dei modelli di business attuali e delle catene del valore».Non diversamente Edward Steinmuller dell'Università del Sussex, spiega ai signori dell'intrattenimento che l'«era della crisi del copyright» è il risultato della tensione tra la legislazione esistente e una trasformazione del consumatore incoraggiata dal digitale e da sistemi di scambio da pari a pari.
Chi fruisce di musica e film in formato digitale (ma anche, aggiungiamo noi, di informazione scritta o parlata tradotta in bit) ritiene ormai di avere il diritto al pieno controllo del proprio ambiente mediatico. Ha legato un brano musicale o un film alla memoria di un momento della propria esistenza e, visto che la tecnologia lo permette, «pretende di alimentare la memoria riproducendo quel medium» a piacimento, convinto che il valore di questo stia «nella specifica relazione con esso».Messa così l'idea di comprare un'altra volta un pezzo di vita – come vorrebbero le major – sembra assurda come lo sarebbe acquistare ogni volta le foto digitali delle proprie vacanze.
Modelli di business, non copyrightMa come uscire da questa situazione in cui «le leggi sul copyright e il diritto d'autore sembrano ignorare ciò che è tecnologicamente possibile e socialmente desiderabile» (Steinmuller)? Per gli autori di Peer-to-Peer Video si tratta di agire a più livelli. Quello normativo, innanzitutto, tenendo conto che «lo stesso copyright» deve essere «reinventato e ridimensionato dal momento che la sua utilità è stata messa in discussone dal contesto tecnico e sociale» (Mayer-Schoenberger.)
Una possibile direzione di riforma è l'adozione di licenze collettive in cui l'utente paga una tassa di accesso ai sevizi p2p ed è poi libero di scaricare quello che vuole (anche se, nel testo, Michael Botein e Edward Samuels sollevano dubbi sull'efficacia dell'approccio). Simile soluzione è proposta in Usa dalla Electronic frontier fondaton, storica associazione di difesa delle libertà digitali e invocata in Italia dall'Associazione scambio etico.
Su questa linea, che rispetta le nuove esigenze di controllo dei propri media da parte dei consumatori, si devono poi muovere i modelli di business. Come quello proposto recentemente da Nokia con Comes with music: insieme al cellulare l'utente acquista l'accesso illimitato a milioni di titoli musicali.O come quello proposto da uno degli autori ai signori del cinema: un hard disk da 300 film. La tecnologia lo consente. Gli utenti, ormai abituati dal p2p a una disponibilità di titoli quasi illimitata, potrebbero gradire. Certo più che essere disconnessi dalla rete. O rieducati da Bondi.
(Articolo originariamente pubblicato in Chips&Salsa su Alias, supplemento de il manifesto del 20 dicembre 2008)
Lunedì 22 dicembre 2008 - 15:22 (620 giorni fa)
Argomenti trattati: p2p, pirateria
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