Una società californiana di software affida a un'agenzia pubblicitaria un'inedita campagna virale: la creazione online di un candidato alle presidenziali americane. Con tanto di sito e di profili su MySpace, Flickr e Facebook. E il risultato è più reale della realtà...
Alla fine si è chiuso il cerchio: se prima la politica si è rivolta alla tecnologia – ai nuovi media, all'internet, agli strumenti del web 2.0 – per sfruttarne la spinta innovativa, ora è la volta della tecnologia che cerca di attirare attenzione su di sé attraverso l'interesse suscitato dalla campagna presidenziale americana.
Ai candidati in corsa per la Casa Bianca si è infatti aggiunto un volto nuovo, quello di Ray Hopewood, "il vostro ambasciatore per la tecnologia", come recita il motto, perché questo "non è tempo per comprimari", bensì per leader. Il nuovo concorrente – che per aspetto e tono sembra un inquietante ibrido tra George W. Bush e Barack Obama – è di poche parole, ma di chiare idee. «Ci sono tre ragioni per cui dovreste votarmi: sono intelligente, bello e ricco. Oops… in effetti sono solo tre».
E in fondo come dargli torto: l'unico punto a suo sfavore è solo il fatto che non esiste. Ray Hopewood, con quella "speranza" inserita nel cognome e spruzzata in tutti i suoi discorsi, è del tutto fittizio. Però la sua campagna esiste eccome e sembra quasi vera. A inventarla è stata un'agenzia pubblicitaria californiana, la Rassak Experience, per conto di BigFix, una piccola società dell'IT specializzata in sicurezza.
Può darsi che la credibilità di questo personaggio la dica lunga sulle presidenziali americane, ma di sicuro quelli della Rassak si sono dati da fare: Hopewood (che è incarnato da un attore, Greg Wrangler) ha un suo sito web, un suo blog, oltre che profili su Facebook, MySpace e Flickr. Il kit digitale di base del bravo candidato, insomma, con tanto di merchandising: da una pagina del sito infatti si vendono i gadget della campagna: le solite magliette, le tazze, ma anche, con un filo ulteriore d'ironia, le tutine per cani o i tanga.
E proprio su MySpace scopriamo che Ray – che sarebbe un ricco imprenditore del software - ha 44 anni, è single e si sente particolarmente vicino ai giovani, specie quelli connessi. Addirittura uno spezzone di video lo ritrae (finto) ospite di Diggnation, la trasmissione del sito di news tecnologiche Digg. Mentre a sostenerlo è una coalizione (fasulla) di aziende hi-tech.
Ma perché architettare una simile, scherzosa montatura? E' il marketing virale, rispondono in sostanza quelli di BigFix e di Rassak, la necessità di divertire e incuriosire gli utenti per far passare poi il proprio messaggio, nel caso della software house semplicemente il proprio brand. «Noi siamo una piccola azienda all'interno di uno spazio consolidato – ha spiegato David Appelbaum, vice president per il marketing di BigFix – e i nostri concorrenti tendono a dominare i media tradizionali grazie alla loro capacità di spesa, tanto che farsi largo è un'impresa. Le pubblicità virali sono la nostra migliore scommessa».
Un azzardo che in passato ha dato i suoi frutti. BigFix aveva già lanciato una campagna di questo genere, con un personaggio inventato, in quel caso un responsabile vendite di un'azienda di software: l'operazione aveva prodotto 400 mila visite al loro sito.
Ora però, con Ray Hopewood, si punta più in alto, senza dimenticare di seguire gli sviluppi della campagna presidenziale vera e propria, e di aggiustare di conseguenza i propri messaggi. «Sono per l'aspetto ecologico delle preoccupazioni di tutti», avrebbe dichiarato Hopewood. O è stato Bush?
NOTIZIE Venerdì 24 agosto 2007 - 12:13 (1106 giorni fa)
Argomenti trattati: web politica, marketing virtuale
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