Un editoriale del New York Times mette in guardia da rischi del cloud computing, la tendenza a trasferire le applicazioni fuori dal Pc e dentro la rete. A rischio privacy e innovazione.
Attenzione alle nuvole. Non quelle fisiche che portano pioggia ma quelle virtuali che ospitano una parte sempre più grande della nostra vita online man mano che le aplicazioni escono dal Pc per essere utilizzate direttamente dal web. Saranno anche belli e seducenti questi addensamenti di bit ma portano con sé rischi consistenti. A dirlo è Joanathan Zittrain, membro del prestigioso Berkman Center for Internet & Society dell'università di Harvard che ha appena lanciato l'allarme dalle non meno autorevoli pagine degli editoriali del New York Times.
Il fenomeno contro cui Zittrain invita a tenere alta la guardia è chiamato, in gergo, cloud computing, dove "cloud" (nuvola, appunto) indica gli agglomerati di server che i grandi colossi del web come Goolge, Microsoft e Amazon stanno ammassando in data center sparsi in tutto il mondo per offrire via internet servizi, come quelli per la produttività in ufficio per esempio, che fino a poco tempo fa riposavano nei dischi fissi dei nostri computer. La stessa Microsoft ha annunciato che metterà online una versione del suo Office, mossa pensata anche per contrastare Google Docs, la suite tutta online dell'arcirivale Google.
Il problema è che questa tendenza apparentemente inarrestabile e spesso spacciata come manna per gli utenti presenta anche molti rischi. Quali? Zittrain, che lo scorso anno ha pubblicato il saggio The Future of the Internet and How to Stop It per mettere in guardia contro alcune pericolose strade imboccate dalla rete contemporanea, ne individua almeno tre. Vediamoli.
Controllo dei dati
Chi ci assicura, si chiede e ci chiede, che ciò che acquistiamo online, per esempio un mp3 o un libro elettronico è veramente nostro? Domandatelo a quei possessori di Kindle, il lettore di e-book targato Amazon, che hanno visto le loro copie digitali del romanzo 1984 di George Orwell cancellate improvvisamente, una possibilità sancita nel contratto di servizio, che probabilmente pochi avevano letto. "Se tu affidi i tuoi dati ad altri, questi possono anche tradirti", è l'ammonimento di Zittrain.
Privacy
Ancora peggio del consumatore tradito è l'utente spiato e invaso, un'altra prospettiva che il cloud computing rende più probabile. Nel momento in cui nostre informazioni personali (dalle e-mail ai documenti di lavoro) sono depositate online sono anche esposte all'azione di malintenzionati. Basta una password, scrive Zittrain per permettere a qualche cattivone che sa smanettare di accedere ai segreti di una persona. Senza contare, aggiunge, che possono anche essere le stesse leggi a mettere a repentaglio la riservatezza delle informazioni. Accade negli Usa in virtù del Patrioct Act che impone alle aziende Internet, in certe circostanze, di consegnare informazioni sugli utenti al governo. E gli Stati Uniti sono un paese dove la protezione dei diritti individuali è molto avanzata. Pensate a cosa può accadere, afferma Zittrain, laddove sono al potere regimi autoritari.
Innovazione
Perdere ciò che si è comprato ed essere spiati non fa piacere a nessuno. Ma la posta in gioco nella transizione del software dal Pc alla rete rischia di essere ancora più alta. Secondo Zittrain, si mettono a rischio gli ingredienti fondamentali che hanno fatto di Internet una delle più straordinarie macchine di sviluppo della storia umana: libertà e innovazione. "La vera eredità del Pc è che chiunque può scrivere programmi e decidere, a suo piacimento, di regalarti o venderti il codice".
Per fare un esempio: anche se Microsoft ha il semi-monopolio delle suite per la produttività in ufficio, nessuno ha impedito a un gruppo di programmatori sostenuti da aziende rivali di sviluppare OpenOffice, suite open source. Lo stesso vale per Firefox, il browser che dà del filo da torcere a Internet Explorer. Ma vale per tutte quelle applicazioni che sono state sviluppate ai margini dell'impero (come l'instant messaging, il peer-to-peer e lo stesso web), da geniali hacker. Sono state prodotte grazie ad un ecosistema - la rete basata sul protocollo Ip e a cui accedevano Pc liberamente programmabili e configurabili - che assicurava la possibilità tecnica di raggiungere chiunque con qualsiasi applicazione, non importa dove concepita e per quali scopi. L'applicazione, si pensi a Skype, è in rete, basta scaricarla. Nessuno vieta di svilupparla, nessuno vieta di installarla sul Pc.
Oggi, è la tesi più forte dell'autore di The future of the Internet, questa libertà creativa e innovativa è messa a repentaglio dalla possiiblità di produre applicazioni specifiche solo per determinati servizi online o per dispositivi più controllati e meno liberi del Pc. Chi, per esempio (e sono tanti) sviluppa applicazioni per un ambiente online come Facebook è soggetto comunque ai diktat del servizio di social networking che si riserva "il diritto di cambiare le regole in ogni momento, di imporre delle tariffe sulle applicazioni o di rendere meno visibili quando non eliminare le applicazioni che rischiano di suscitare controversie o che semplicemente il social network non apprezza".
Analogo, se non peggiore, il discorso per quanto riguarda Apple e l'ambiente di sviluppo che ha messo a punto per l'iPhone. "Apple può decidere chi scrive il codice per il tuo telefono e a quale di queste offerte potrai accedere", cosa inimmaginabile per il Pc dove il proprietario ha sempre avuto la libertà (e il rischio) di installare ciò che più desiderava.
Che differenza con l'internet originaria e con il Pc! Il risultato, spiega amaramente Zittrain, è che oggi "molti programmatori che una volta avrebbero scritto quello che desideravano per i personal computer stanno sviluppando programmi meno avventurosi, meno sovversivi, meno trasgressivi sotto gli occhi molto controllanti di Facebook e Apple".
E allora?
Per evitare il rischio di perdersi nelle nuvole l'unica possibilità è una mobilitazione per chiedere regolazioni appropriate e incentivi per le aziende protagoniste del cloud computing a mantenere lo stesso livello di apertura che ha consentito loro di emergere nell'ambiente web contro monopolisti che sembravano imbattibili.
In una parola, conclude Zittrain, dobbiamo fare in modo che tutto questo "non pregiudichi la creazione di software rivoluzionario che, come lo stesso web, può sembrare esoterico all'inizio ma del tutto necessario in un secondo tempo".
INVECE Giovedì 23 luglio 2009 - 17:52 (407 giorni fa)
Argomenti trattati: privacy, innovazione
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