Una lunga chiacchierata con Dennis Olivennes, intellettuale di sinistra al servizio del governo Sarkozy nella lotta alla pirateria. Ma critico anche verso gli errori dell'industria dell'intrattenimento.
Denis Olivennes, direttore del settimanale Nouvel Observateur, intellettuale-manager, autore del pamphlet La gratuità è un furto. Quando la pirateria uccide la cultura e ispiratore del disegno di legge francese Hadopi contro la pirateria di cui abbiamo parlato più volte su VisionPost. Dello stesso Olivennes, ideologo di Sarkozy nella crociata contro lo scaricamento illegale, abbiamo fatto un ritratto. Non contenti, lo abbiamo anche incontrato a Roma durante un convegno organizzato dall'Associazione italiana degli editori (Aie).
E' soddisfatto di come il vostro rapporto sia stato trasferito nel disegno di legge?
Nel complesso sì, perché il progetto è coerente con l'accordo: il governo ha deciso di rimanere fedele alle conclusioni su cui si sono accordati interessi in conflitto. Non voleva allontanarsi per non compromettere l'equilibrio raggiunto.
Quale è stata la chiave che ha convinto gli Isp a stringere l'accordo?
La prima è che c'è stata una forte pressione politica da parte del governo. Sarkozy ha detto che se non ci fosse stato l'accordo avrebbe varato una legge da solo e gli Isp hanno avuto paura. Il secondo elemento è stato vincere la loro paura: non volevano diventare i poliziotti della rete. Non volevano essere responsabili di effettuare nessuna accusa ai propri abbonati: volevano che fosse un'autorità indipendente a farlo. E poi ci sono stati alcuni passi in favore dei consumatori da parte dei detentori di diritti. Non si tratta di decisioni rivoluzionarie ma di passi avanti: i film in Francia possono andare su rete 7 mesi dopo l'uscita nei cinema; in base all'accordo, i detentori dei diritti si impegnano a velocizzare il processo per portare i film in rete in 3-5 mesi. L'altro è stata la questione dei Drm. L'industria francese, unica al mondo, ha accettato di abolire i Drm e di rendere i prodotti liberi di essere usati come i consumatori preferiscono. C'è stato un equilibrio tra misure contro la pirateria e a favore dei consumatori.
Ma perché pensa che la cosiddetta pirateria sia un problema così grave?
Il problema è la diversità culturale. La pirateria minaccia un sistema che ha garantito questa diversità. La cultura è ora accessibile a tutti e non solo a pochi aristocratici per via di 3 rivoluzioni differenti: quella tecnica (libri, cinema tv), quella giuridica del diritto d'autore e quella che ha trasformato i beni culturali in oggetti di mercato. La pirateria rischia di rompere questo processo facendo sparire la remunerazione degli autori che ha portato all'accesso universale alla cultura e ha consentito a certi stati di sviluppare una cultura propria e alta ed evitare così l'omogeneizzazione totale.
La storia della civilizzazione è quella del bilanciamento tra differenti libertà. La pirateria è un esempio di capitalismo selvaggio in cui un'industria (le tlc e le aziende internet) ne sta cannibalizzando un'altra (quella cultuale).
Lei ha una connessione internet?
Certo.
Ha mai scaricato un file illegale?
Mai.
Può giurarlo?
Lo giuro. Non posso giurarlo per i miei figli.
Appunto, e come reagirebbe se fosse espulso dalla rete perché suo figlio ha scaricato file illegali?
La legge è stata creata apposta. In quanto padre di tre figli, a casa mia c'è stata una guerra quando l'accordo è stato pubblicato perché tutti erano in favore della pirateria. Ma quando ho proposto l'accordo io stavo ragionando da padre: quello è il mio Pc ed è parte del mio ruolo educativo dire ai miei figli che non devono fare quello, che ci sono molti modi di fruire della musica, anche gratis legalmente con gli autori che sono pagati per il loro lavoro. E' come per la macchina. Se hai una macchina sei responsabile dell'uso che di questa viene fatto. Anche se non se tu a guidarla. Uguale per la tua connessone. Se ricevessi un avviso andrei dai miei figli e gli chiederei che cavolo stanno facendo. La legge è stata fatta per questo. E vorrei aggiungere una cosa.
Quale?
L'incriminazione non è stata creata da questa legge. Esisteva anche prima. Ma era spropositata e inapplicabile. Quello che abbiamo cercato di fare è una legge più equa e applicabile.
Lei si considera di sinistra?
Certamente. Senza dubbio.
E non è imbarazzato di essere così fortemente associato a Sarkozy in questo momento?
No. In Francia la cultura non è mai stata una questione di destra o sinistra. Per esempio, come nel caso della questione dell'exception culturelle, ci sono misure varate da maggioranze di destra che sono poi state mantenute dalla sinistra. In Francia il fatto che sinistra e destra lavorino assieme su questioni culturali non è scioccante.
E dunque non si arrabbierebbe se qualcuno la chiamasse "l'ideologo di Sarkozy"?
Sì, mi arrabbierei molto, invece. Perché io non ho lavorato per Sarkozy ma per la mia Patria. Quando c'è stata la riunione all'Eliseo in cui abbiamo ratificato l'accordo, Sarkozy ha detto di fronte a 800 persone che era contento che io avessi accettato il lavoro anche se non condividevo le sue idee. Ho risposto che la ragione per cui ho accettato l'incarico non è perché me lo ha chiesto lui ma perché pensavo che fosse importante per la mia Patria e la cultura francese. Non è un rapporto per Sarkozy ma per la nazione.
Parlando del suo libro. Lei dedica molte pagine a cercare di spiegare quanto il mercato è stato importante nel creare una cultura di massa più democratica. Non crede di avere trascurato il ruolo dello stato, dell'assistenza sanitaria universale, dell'educazione e della televisione pubblica che hanno creato una cultura diffusa di cui il mercato ha poi approfittato?
Nel libro dico che non è stato solo il libero mercato. Altrimenti non avremmo avuto la diversità culturale. Dico che si è trattato di un mercato regolato dallo stato. Da buon socialdemocratico penso che il mercato sia buono se è organizzato in favore dell'interesse generale. Nel caso di internet, per esempio, penso che sia una grande cose, che si debba sviluppare sempre di più ma che debba seguire alcune regole in modo da garantire la diversità culturale.
E' vero che lei si differenzia dagli ultraliberisti, tuttavia il ruolo storico dello stato e delle istituzioni pubbliche nello sviluppo della cultura resta molto marginale, quasi inesistente nel suo libro.
Probabilmente perché i veri avversari nell'ambito di quella discussione sono coloro che pensano che il mercato è una cosa cattiva per la cultura. Non dovevo polemizzare contro quelli che pensano che lo stato è una cosa cattiva per la cultura: questo in Francia, come sa, è fuori questione. Ma forse lei un po' di ragione ce l'ha.
Come la prenderebbe se qualcuno la definisse un intellettuale pubblico che fa il manager per campare?
Non è lontano dalla realtà. Solo che io non faccio il manager solo per campare ma anche perché voglio portare avanti delle questioni sociali in favore dell'interesse comune.
Se è così la sua operazione managerial-intellettuale è stata molto brillante: ha scritto un pamphlet, è stato chiamato a capo di una commissione governativa e ha redatto un rapporto che presto diventerà legge. Chapeau.
Non mi piacciono le idee in sé. Mi piacciono le idee che entrano nella realtà concreta. E questo è un buon esempio. Io ho espresso un punto di vista e mi è stata data la possibilità di trasformarlo in qualcosa di concreto. Quando il governo mi ha chiesto se volevo scrivere un rapporto gli ho risposto che a me non me ne frega un cavolo di scrivere un rapporto, io volevo arrivare ad un accordo. Non voglio un rapporto che finisce in una libreria del ministero della Cultura. Se non c'è accordo allora non vale niente.
Visto che è un intellettuale pubblico, le chiedo: ha mai letto Hegel o Alexander Kojeve?
Certo, molto.
Glielo domando perché dopo avere letto il suo libro ho l'impressione che lei sia un "hegeliano pentito"...
Probabilmente è vero.
Lei dedica almeno un quarto del testo a dimostrarci che la forma che l'industria culturale ha preso oggi non è il risultato di una serie di accidenti ma deriva dalla genesi stessa della democrazia, da quella che Tocqueville chiama eguaglianza di condizioni. E dunque deriva direttamente dallo spirito stesso dell'homo democraticus così come si è sviluppato negli ultimi 250 anni e la sua preferenza per l'intrattenimento, per ciò che è reale e contemporaneo e per il piacere. In questo senso lei è hegeliano...
.... d'accordo
Peccato che diventi un "hegeliano pentito"quando dopo averci spiegato - contro i seguaci della scuola di Francoforte - che l'industria culturale non può che essere così e che se non l'accettiamo siamo degli snob di sinistra, afferma che internet è una minaccia i fondamenti dell'industria culturale. Seguendo il suo ragionamento, invece, si potrebbe affermare che ne è il completamento finale: il fatto che oggi la gente sia disposta a sentire la musica in formati a bassa qualità, su lettori portatili, o a vedere film miliardari su schermi di pochi pollici e a qualità ridotta e che voglia questo gratis potrebbe essere interpretato come il compimento finale del processo di democratizzazione della cultura insito nello spirito dell'homo democraticus che lei descrive così bene. Che ne pensa?
Innanzitutto non so se è una visione hegeliana o tocquevilliana la mia. In realtà io sono stato influenzato soprattutto da Tocqueville e dai suoi seguaci nella loro descrizione delle dinamiche della società democratica e individualista. Certo, la cultura di massa si basa sull'abilità di tutti di accedere alla cultura. Ed è anche un certo tipo di cultura, una cultura dell'intrattenimento di basso livello (come nel caso dei file mp3). Tuttavia – e questo è ciò che voglio proteggere – i proventi di questa industria sono usati in parte (anche se solo marginalmente) per trovare nuovi talenti e autori. E quindi la grande macchina della cultura democratica finisce per finanziare nuove rivoluzioni estetiche.
Ciò non toglie che – sempre sulla base del ragionamento del suo libro - oggi lei possa assomigliare a quei critici della scuola di Francoforte (da lei menzionati nel testo) che criticavano l'industria culturale ma non sono riusciti a fermarla. Allo stesso modo, si può argomentare che lei e Sarkozy non riuscirete a fermare questa evoluzione portata dalla rete perché soddisfa ancora più in profondità la natura dell'uomo democratico contemporaneo.
In parte è vero. E infatti l'idea non è di fermare questo processo. Ho detto spesso che la legge che abbiamo varato non servirà. Nessuno vuole fermare la rete e nemmeno cambiare il fatto che i consumatori non sono disposti a pagare un prezzo alto per i prodotti culturali. Ma penso che ci sia spazio per introdurre delle regole in questa dinamica, senza la pretesa di fermare l'onda con una mano ma sperando di accompagnarla mantenendo qualche livello di finanziamento per la creatività.
FACE2FACE Lunedì 07 luglio 2008 - 12:23 (615 giorni fa)
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