L'azienda di Mountain View ha presentato richiesta di un brevetto per dei data center basati sull'acqua. Container di server deposti su barconi galleggianti, in mezzo all'oceano. E magari alimentati attraverso il moto ondoso.
Le metafore marittime si sprecano nel mondo internet: "si naviga il web", "si annega in una marea di dati", "si combatte (o si aiuta) i pirati"… Ora però Google vuole diventare "regina dei mari" in senso letterale. L'azienda di Mountain View ha infatti presentato negli Stati Uniti la richiesta di un brevetto per dei data center basati sull'acqua (water-based data center). Delle vere e proprie piattaforme (o barconi), poste in mezzo al mare, e riempite di container contenenti server, sistemi di storage e altre tecnologie di rete.
L'idea può sembrare balzana, ma Google, nella sua richiesta di brevetto, ne spiega la finalità: avvicinare i data center alle popolazioni e alle regioni dove costruirne altri sulla terraferma è poco conveniente. O dove vi sia necessità a causa di un disastro naturale o di un problema nei collegamenti di rete. Più in generale, "può essere vantaggioso distribuire computing power più vicino agli utenti. (…). Di conseguenza, ogni richiesta fatta da un utente non risulta necessariamente in una trasmissione su più paesi e attraverso la dorsale internet – l'attività di rete può essere così equamente bilanciata e confinata ad aree locali".
Lo scenario è naturalmente quello di un mondo in cui sta crescendo esponenzialmente la richiesta di banda, sia a causa del numero crescente di persone che si collegano alla rete, sia per il diffondersi di servizi voraci di bit, come il consumo di video ad alta risoluzione. E' quello in cui, malgrado la retorica che ancora persiste sul virtuale, la fisicità della rete e dei suoi centri di elaborazione dati sarà sempre più importante per il business. Quello in cui il cloud computing, la nuvola di applicazioni di cui ci serviremo, dovrà essere saldamente ancorata a strutture gigantesche, affamate di spazi, acqua ed energia.
L'idea del data center in the box, di computer stipati dentro i container e spostati con delle gru come se fossero sacchi di grano, non è nuova. I principali produttori di server – Hp, Ibm, Dell e Sun Microsystems – lo hanno già fatto, creando dei centri di elaborazione dati all'interno di questi contenitori, che poi sono venduti a Isp, militari e laboratori di ricerca. Allo stesso modo, l'attivismo nella costruzione di data center non distingue solo Google: Microsoft ne sta edificando uno dei più grandi al mondo vicino a Chicago; anche qui si tratta di moduli che possono essere spostati e aggiunti come i pezzi del Lego.
Ma il motore di ricerca ci ha messo del suo: nella richiesta di brevetto teorizza la possibilità di alimentare queste isole di dati sparpagliate negli oceani sfruttando il moto ondoso. Mentre l'acqua per il sistema di raffreddamento, a quel punto, sarebbe l'ultimo dei problemi…
INVECE Lunedì 08 settembre 2008 - 13:17 (553 giorni fa)
Argomenti trattati: database, Google
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