Uno studio dell'università del Colorado, pubblicato su Science, ha dimostrato i meccanismi cerebrali che spingono le persone a rimuovere i ricordi spiacevoli. Scoprendo che il cervello investe più risorse per dimenticare che per ricordare.
La memoria è un enorme archivio cui gli esseri umani possono accedere, ma è anche un sofisticato meccanismo che ha affascinato molti studiosi della mente, da Musatti a Freud, in grado di attingere a un serbatoio di emozioni e, nei casi più critici, di nascondere, bloccare, eliminare, difendere.
Dimenticare è possibile e del resto ne parlava già Freud al tempo, alludendo al meccanismo della rimozione del ricordo traumatico, come difesa emotiva rispetto a un trauma. Ora i ricercatori dell'Università del Colorado hanno osservato, attraverso un metodo chiamato functional magnetic resonance imaging (Fmri), le aree cerebrali coinvolte nel meccanismo della dimenticanza. Grazie alla tecnica del Fmri gli studiosi hanno infatti potuto osservare l'attività del cervello in tempo reale nel momento in cui viene chiesto alle persone di abbandonare un ricordo.
L'esperimento, in particolare, ha coinvolto 18 volontari adulti cui è stato domandato di associare le foto di alcuni volti con le foto di alcuni incidenti d'auto o altre immagini traumatiche. Ciascun viso è stato mostrato una dozzina di volte ai volontari, cui successivamente veniva chiesto di provare a ricordare o rimuovere l'immagine negativa a questi associata. Ed è stato proprio osservando l'intenso lavoro in cui era coinvolta la loro mente in seguito all'ordine di ricordare o rimuovere che gli esperti hanno identificato le zone interessate.
In particolare sono l'ippocampo (struttura indispensabile alla fissazione della traccia di memoria) e l'amygdala, una sorta di tubo emotivo, i due territori cerebrali chiamati in discussione e in ogni caso dalla ricerca, pubblicata anche su Science, emerge che le aree cerebrali attivate dalla soppressione del ricordo sarebbero più numerose di quelle utilizzate per richiamare un dato alla memoria. Già nel 2004 un team di studiosi guidati da Michael Anderson (a capo del Memory Control Lab del dipartimento di psicologia dell'Università dell'Oregon) mostrò per la prima volta i meccanismi legati alla soppressione del ricordo. Il valore aggiunto del recente studio sta nell'aver paragonato le zone del ricordo a quelle della rimozione, individuando un terreno comune.
NOTIZIE Venerdì 13 luglio 2007 - 17:00 (942 giorni fa)
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