Sono i ricercatori e gli addetti ai lavori, secondo uno studio americano, a temere di più i rischi legati alle nanotecnologie. L'opinione pubblica, sebbene con qualche preoccupazione, ha una percezione più limitata delle questioni in gioco.
Per essere così infinitamente piccole racchiudono una potenzialità enorme, capace di rivoluzionare la scienza, la medicina e il mondo in cui viviamo. O almeno questa è la loro promessa. Di fatto le nanotecnologie sono già tra noi, "nascoste" in cosmetici, creme solari, detergenti. I prodotti di consumo che utilizzano questi materiali stanno crescendo di anno in anno e sono già centinaia: anche se ciò non significa che ci sia, da parte dei consumatori, un'accettazione incondizionata; anzi, serpeggia nell'opinione pubblica una buona dose di incertezza e diffidenza. E tuttavia mai quanta ne circola tra gli scienziati.
“La nanoscienza e la nanotecnologia hanno a che fare con lo studio e la manipolazione della materia su scala ultrapiccola. Un nanometro è un milionesimo di millimetro e un singolo capello umano è largo circa 80 mila nanometri.„
Secondo una ricerca condotta da Dietram Scheufele (università di Wisconsin-Madison), il cittadino americano medio è turbato dall'introduzione della nanotecnologia – la scienza di manipolare la materia su dimensioni atomiche o molecolari (un nanometro è un milionesimo di millimetro) – per le sue eventuali ricadute occupazionali, per la produzione di armi non convenzionali o per l'impatto sulla privacy. Ma ancora più preoccupati sono gli scienziati del settore, che temono invece i pericoli per la salute delle persone e per l'ambiente.
Insomma, per una volta non è l'opinione pubblica ad essere più cauta dei ricercatori nell'adozione di una nuova tecnologia, ma sono gli stessi ambienti scientifici a tirare il freno a mano. Secondo Scheufele, la ragione di questa inversione di ruoli risiede nel fatto che i ricercatori hanno già iniziato a dibattere al proprio interno la questione dei rischi legati al nanotech, mentre i cittadini sono più esposti alla comunicazione mediatica, che tende a esaltare gli aspetti positivi omettendo la valutazione di eventuali pericoli.
Ecco perché secondo Scheufele «il settore nano potrebbero essere la prima tecnologia emergente per la quale gli scienziati dovranno spiegare al pubblico per quale ragione dovrebbe essere più preoccupato di quanto non sia dei potenziali rischi».
«La storia del nanotech è fatta di risposte regolatorie molto lente e deboli – ha commentato su Yahoo! News Nigel Cameron, capo dell'Institute on Biotechnology and the Human Future dell'Illinois Institute of Technology – la consapevolezza pubblica e politica della tecnologia, anche se ne parliamo ormai da tempo, è incredibilmente bassa».
Mentre ancora ci si interroga sui suoi rischi, la nanotecnologia sta diventando parte dell'economia globale.
Entro il 2014 potrebbe contribuire a produrre mille miliardi di dollari di fatturato relativo a prodotti che la contengono, da creme per il viso a computer chip e pannelli per le auto (dati Lux Research).
Il punto principale, sottolineato da molti scienziati, è la necessità di approfondire molte delle questioni legate alla sicurezza, in assenza tra l'altro di un quadro normativo chiaro da parte dei governi.
La britannica Royal Society, l'accademia nazionale delle scienze, nel 2004 ha chiesto di trattare le nanoparticelle come sostanze interamente nuove; mentre la Commissione europea dal suo canto ha deciso di considerare ogni nuovo materiale come un caso a sé stante. E alla fine la responsabilità di valutare i rischi di queste tecnologie è lasciata in mano alle aziende.
NOTIZIE Lunedì 26 novembre 2007 - 12:49 (1012 giorni fa)
Argomenti trattati: nanotecnologie
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