Una giornata al Googleplex in compagnia di Amit Singhal, custode delle formule di ranking. Che hanno bisogno di continui aggiustamenti e verifiche, nello sforzo di capire cosa vuole trovare l'utente. Uno spaccato del New York Times.
"Il valore fondamentale creato da Google è il ranking" ama ripetere John Battelle, autore di The Search. Non stupisce dunque che nell'azienda di Page e Brin il dipartimento speciale dedito alla "qualità della ricerca" sia chiuso in un alone di mistero e segretezza, essendo custodito qui l'asset centrale di Moutain View. E che al suo interno Amit Singhal, custode dell'algoritmo di ranking, sia rispettato come un sacerdote. Il New York Times è riuscito a mandare un suo giornalista a spasso per il Googleplex in compagnia dello stesso Singhal (solitamente tenuto lontano dai media) e ci offre un interessante spaccato dei meccanismi che fanno girare il motore più popolare al mondo.
"La ricerca negli ultimi anni è passata dal ‘Dammi quello che ho scritto' al ‘Dammi quello che voglio' spiega Singhal, un quarantenne di origine indiana che lavora a Google dal 2000. Le aspettative degli utenti sono infatti cresciute vertiginosamente, tanto che i motori cercano ormai di supplire anche agli errori e alle incertezze delle persone che li interrogano. Ciò significa un continuo lavoro di aggiustamento e di controllo. Anche perché una qualsiasi modifica può migliorare alcuni risultati ma pure peggiorarne altri. Ecco perché i 10 mila impiegati di Google utilizzano un sistema (il Buganizer) per segnalare problemi, per una media di 100 indicazioni al giorno. Che finiscono tutte sullo schermo di Singhal.
Una delle ultime questioni che hanno scaldato gli ingegneri di Mountain View è stato il peso da assegnare alla "freschezza", ovvero a quante pagine appena create o rinnovate debbano essere incluse nei risultati. Sono più interessanti, per l'utente, un sito o un'informazione vecchia oppure una nuova? Finora Google preferiva le pagine più anziane, che avevano attirato più link.
Ma negli ultimi mesi ci sono stati dei cambiamenti ed è stato formulato un modello matematico (si chiama QDF: query deserve freshness) per riuscire a determinare in quali casi un utente preferisce qualcosa di nuovo (di fresco) e quando invece qualcosa di consolidato.
Per riuscirci il QDF cerca di capire se un dato argomento sia caldo e recentemente dibattuto su internet. Per farlo monitora la conversazione del web e al contempo il flusso composto dai miliardi di queries. "Quando c'è un blackout a New York – spiega al proposito Singhal – i primi articoli appaiono dopo 15 minuti; ma noi riceviamo le prime interrogazioni dopo due secondi".
NOTIZIE Lunedì 04 giugno 2007 - 17:00 (1017 giorni fa)
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