Fare rete e fare sistema, due concetti opposti. La visione sistemica contrapposta a quella caotica del bazar.
«Fare sistema». «Fare rete». Le due espressioni, tra di loro così simili, sono spesso usate in maniera equivalente da manager e politici. Ma sono invece l'una l'opposta dell'altra. Chi pensa in termini di sistema, immagina un paese (un'organizzazione, un'impresa) che operi come una macchina ben progettata, dove ogni ingranaggio svolge il suo compito, chiaro, definito e prezioso, all'interno di un sistema, appunto, progettato da un architetto o ingegnere che tutto ha previsto, ogni dettaglio di una singola prestazione. Così tutto gira, come un orologio svizzero.
Non per caso «L' orologio e l'organismo» (Franco Angeli) si intitolava un saggio di Federico Bufera, tra i migliori esponenti della sociologia delle organizzazioni. Eravamo negli anni '80, e lo studioso coglieva correttamente il «cambiamento organizzativo» nelle imprese, passando dalla metafora macchinista a quella biologica. Facendo un salto in avanti di qualche anno, ci si ricorderà che uno dei saggi fondamentali dell'economia digitale e aperta (Open) si intitola «La cattedrale e il bazaar», di Eric S. Raymond (è anche scaricabile gratuitamente in rete presso l'editore Apogeo).
Di nuovo una metafora della transizione, dove si contrappone la visione sistemica - le cattedrali che chiedevano secoli per essere costruite e che magari non venivano mai completate -a quella caotica del bazar (o Suq), forma di vita reticolare, fatta di relazioni solo apparentemente confuse. Sono due modi di leggere e di progettare le società molto diversi, talora persino contrapposti. Il primo appunto figlio delle scienze dure e soprattutto dell'ottocento ingegneristico, in ultima analisi fordista; il secondo figlio delle scienze della complessità e soprattutto della biologia. Il successo del secondo paradigma è oggi associato al dilagare delle tecnologie digitali; dici rete e il pensiero, di questi tempi, va automaticamente alla Rete per definizione, l'internet.
E' questa una tecnologia abilitante di relazioni e reti sociali, le quali ovviamente ci sono sempre state, ma che dalle nuove tecniche numeriche trovano alimento e possibilità di espansione. L'internet infatti, per come è stata progettata è profondamente diversa dalle reti fisse telefoniche che c'erano prima, così come le reti fisse di nuova generazione (Next Generation Networks) di cui tanto si parla non sono un semplice miglioramenti efficientista di quelle precedenti. Il sogno delle aziende di telecomunicazioni fu sempre quello di costruire un sistema , progettato minuziosamente in ogni dettaglio e centralmente gestibile con altissimi livelli di affidabilità. L'internet invece è a pezzi, gestiti da soggetti diversi, unificata solo da uno standard di trasmissione dei bit relativamente semplice. Non garantisce un traffico sempre perfetto, offre prestazioni «al meglio» delle sue possibilità, senza garantire l'affidabilità totale. Ma proprio questo si è rivelato l'unico modo di coprire il mondo con una ragnatela interconnessa e flessibile, un world wide web, appunto.
Una maglia così ridonante e così ricca di percorsi che è riuscita a crescere di migliaia di volte senza mai collassare, mentre può bastare una ruspa che tranci un cavo di una rete telefonica urbana per azzittire un'intera regione. Rete dunque fa rima con diversità, che può essere tecnologica, culturale, sociale, di genere eccetera. E fare rete è di per sé molto più difficile che fare sistema. Il sistema infatti prevede un disegno, un'architettura sia generale che di dettaglio, e un comando-coordinamento unificato, che per gradini successivi scenda fino all'ultima rotella. Il «sistema» funziona bene quando le condizioni in cui opera siano note (il che non è detto) e sufficientemente stabili nel tempo. E quando tutte le parti siano praticamente perfette. Quando invece cambiano le condizioni al contorno, magari all'improvviso, un perfetto sistema ingegneristico può collassare di colpo, così come può bloccarsi per il malfunzionamento di un singolo pezzo.
La tragedia dello Shuttle esploso alla partenza nel gennaio del 1986 per via di una guarnizione difettosa è lì a ricordarcelo. Le reti a loro volta non sono facili da coordinare perché per loro natura sono fatte di singole unità (possono essere neuroni, computer, persone, sezioni di partito, associazioni sportive) le quali hanno (e rivendicano) una propria autonomia, almeno relativa. I singoli elementi possono avere dei fini e delle regole di comportamento diverse e persino in conflitto con gli interessi e le regole di altri membri della rete. Però non sono monadi isolate, ma «celle» in relazione con altre.
La struttura topologica delle reti (quali celle sono collegate a quali altre, e con che intensità) determina il comportamento globale, che però è generato da interazioni locali. Per esempio una cellula nervosa potrà ricevere sia stimoli eccitatori (che la mandano in azione) che inibitori (che la fanno restare inattiva); in ogni istante essa «decide» il proprio comportamento a seconda delle relazioni che ha con le consorelle e degli stimoli che da loro decide. Il risultato complessiva sarà di percepire un oggetto, di muovere un muscolo e così via: miliardi di celle indipendenti ma che «si parlano». Le migliori reti sono quelle create dall'evoluzione, mentre progettarle al tavolino è ben più difficile. L'evoluzione infatti ha un grande vantaggio, rispetto agli ingegneri: ha davanti a sé tempi enormi per scegliere, tra milioni di soluzioni quelle che meglio di adattano a un certo ambiente. Tempi lunghissimi e un repertorio enorme di realizzazioni possibili. Oltre a tutto, quando muti l'ambiente, possono riemergere soluzioni che erano state accantonate, ma che ora si rivelano ottime nel nuovo contesto. Per questo la diversità è preziosa. Ma è anche per questo che le organizzazioni reticolari sono difficili da realizzare, specialmente tra noi umani. Ci sono dei momenti in cui la Babele delle lingue e dei comportamenti singoli sembra vincere su ogni possibilità di comportamento sensato. Quello è il momento in cui nascono le tentazioni dirigistiche, populiste, sempre accentratrici, in ultima analisi autoritarie.
E' il rischio cui è sempre esposta la democrazia, che è apparentemente più complicata e faticosa delle dittature, ma quasi sempre che riesce a trovare anticorpi e altre soluzioni. Margini di libertà delle singole celle, intense relazioni tra di loro e soluzioni magari imperfette ma negoziate dal dialogo, questa è la democrazia reale e possibile. Lo dicono le reti.
INVECE Giovedì 17 maggio 2007 - 17:22 (999 giorni fa)
Argomenti trattati: Ngn, social networking
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