Obama, l’audacia della rete

Al Personal Democracy Forum di New York, dove si studia il rapporto tra politica e tecnologie, la scena è dei democratici e del leader afroamericano. Tra la speranza offerta dall’uso politico di internet e la paura che non sia ancora abbastanza.

Barack ObamaNEW YORK - "Rebooting The System". Ovvero: "spegnere e riaccendere" il sistema, ovviamente politico e che ha problemi a funzionare correttamente. E' il motto lanciato dalla quinta edizione del Personal Democracy Forum (PDF), appuntamento annuale su come le nuove tecnologie stanno cambiando il modo di fare politica. In peggio o in meglio. A New York il 23 e 24 giugno scorso mancava solo Barack Obama in persona, a dare la tecnologica benedizione ai professionisti della politica geek assiepati nelle sale del Lincoln Center, tempio del jazz newyorkese con vista mozzafiato su Central Park.
La novella politico-digitale di Barack Obama, però, girava dovunque, in ogni capannello o intervento dei relatori, portata all'occhiello con orgoglio dai suoi consulenti web e invidiata da tutti gli altri: ecco uno che è riuscito a tirar fuori il sangue politico dalla rapa di Internet, dicevano. Che è riuscito laddove altri, negli ultimi anni, hanno sbattuto il muso – costretti ad alzare bandiera bianca di fronte al risultato delle urne, o all'entrata in campo dei big media, come in occasione della campagna di Howard Dean nel 2004.

Il segreto di Barack
Obama, invece, è riuscito a cogliere lo spirito ormai maturo dei tempi digitali, e organizzare una campagna online che secondo molti è stato il fattore determinante del suo, in parte inaspettato, successo nelle primarie democratiche. Una campagna che è riuscita a tenere insieme la partecipazione sui network digitali e la presenza sul territorio. Che ha sfruttato al meglio la capacità delle tecnologie virali di passare in giro parola e contenuto politico, facendolo arrivare fino alle periferie dell'elettorato democratico. Una campagna, quella di Obama, che è riuscita ad incarnare un messaggio di cambiamento, anche grazie al modo innovativo in cui ha usato le potenzialità comunicative del web sociale: dai video su YouTube (i video da lui prodotti o a lui dedicati contano 54 milioni di contatti) a social network emergenti come Facebook (dove il candidato democratico ha da poco festeggiato il suo milionesimo "amico") e MySpace (dove i seguaci del senatore dell'Illinois sono oltre 400 mila).

Una campagna che, infine, è riuscita in un'impresa sulla quale nessuno, fino a qualche mese fa, avrebbe scommesso un nichelino: sconfiggere Hillary Clinton, la ex first lady, la favoritissima della vigilia. E ora Obama si ritrova in tasca un biglietto di sola andata per la Casa Bianca, da timbrare in autunno. Unico ostacolo, il suo avversario: il repubblicano John McCain. Un osso duro, un vecchio leone della politica a stelle e strisce, che internet non sa nemmeno cosa sia (e i suoi consulenti fanno di tutto affinché nessuno glielo chieda) ma ha i piedi ben piantati nell'America profonda. Obama è ancora in pieno "momentum", come dicono da queste parti, una sorta di luna di miele comunicativa con l'elettorato: ma ora non può più contare sull'effetto sorpresa.

Quella che si concluderà a novembre sarà per molti versi una campagna piena di forti contrapposizioni, in parte volute in parte inevitabili; il giovane contro l'anziano, il moderno contro il tradizionale, i nuovi contro i vecchi (media). La strategia di Obama è chiara: cercare il voto di un elettorato acquiescente che è però sensibile all'idea di cambiamento e alle tecnologie usate per veicolarla. I giovani, per esempio: i cosiddetti "millennials", i nati tra l'80 e il '94, la generazione più numerosa nella storia degli Stati Uniti, parteggiano in maggioranza per Obama (vedi box nella pagina a fianco). E in lui trovano un motivo di partecipazione, più o meno digitale e spesso straordinariamente creativa.

Una raccolta fondi dal basso
Obama intanto continua a cambiare le carte in tavola, a fare volutamente "ammuina". Una delle ultime mosse in ordine di tempo è la rinuncia ai finanziamenti pubblici (quasi 84 milioni di dollari). Una decisione che non ha mancato di scatenare mugugni dalle parti democratiche: quelli provenienti dal sistema federale sono soldi "facili", assai utili in campagne sempre più esose di risorse. La scelta di Obama non è però peregrina. Innanzitutto gli permetterà di rivendicare l'indipendenza da un sistema politico con il quale professa discontinuità. Soldi (persi) in cambio di una maggiore indipendenza. Nonché in cambio della possibilità (per certi versi impagabile) di poter far comunicativamente valere questa indipendenza di fronte al suo elettorato e al suo avversario – che ha già detto, a questi soldi, di non volervi rinunciare. Inoltre – fanno notare qui al Personal Democracy Forum - Obama sa comunque di poter contare su un formidabile meccanismo di raccolta fondi autonomo, sperimentato in questi mesi di primarie. Meccanismo che gli ha permesso di raccogliere via internet oltre 266 milioni di dollari dai piccoli donatori con offerte sotto i 250 dollari – contro i 93 milioni di McCain. Eppure c'è chi pensa che questo sia comunque un salto nel vuoto, che potrebbe metterlo in difficoltà allorché l'appoggio economico dal basso gli venisse a mancare in un determinato momento della campagna.

Non perdere il momentum
Secondo Elizabeth Edwards, attivista e moglie del senatore John, «questa rinuncia unilaterale favorisce troppo McCain, che si ritrova ad avvantaggiarsene senza alcuno sforzo o merito». Obama non aveva bisogno di dimostrare nulla quanto a capacità di dialogare con la "base": «era già riuscito – secondo la Edwards – a tradurre una generica voglia di cambiamento in azione politica», e i milioni e passa di donatori in apparato muscolare di una intera campagna.

Ma è anche questione di fiducia. Lawrence Lessig, studioso della Rete tra i più applauditi ospiti del PDF, ammonisce per esempio «i soldi distruggono la fiducia nella democrazia – inquinata da mille interessi incrociati che in cambio di soldi chiedono poi attenzioni e favori». Ed è proprio sul tentativo di ricostruire questa fiducia – e riconquistare alla politica attiva e votante una parte di elettorato senza più speranza – che Obama sta puntando. Facendosi forza del formidabile potere di disintermediazione dei network digitali.

Eppure, in casa democratica, c'è paura. Nonostante tutti i segnali positivi siano per Obama, e forse proprio per questo: è la difficoltà che spesso emerge nel gestire una situazione di vantaggio. L'uso di internet tende peraltro ad accentuare questa difficoltà. La rete, infatti, è perfetta per fare campagne arrembanti, in cui rincorrere un vincitore annunciato: nella umorale incontrollabilità dei suoi meccanismi, è perfetta per chi non ha niente da perdere. Uno dei rischi per Obama, è infatti al momento quello di pensare di aver già vinto, e perdere quel magico collegamento con le cose digitali (e non), e i politici sentimenti delle persone. Il consiglio giusto arriva ancora dalla Edwards, che in molti vedrebbero bene come vicepresidente nel ticket democratico: «Obama deve continuare a pensare di essere 15 punti sotto, e dover quindi recuperare qualcosa ogni giorno». Il partito democratico, Barack Obama e una certa cultura digitale e partecipativa con lui, non hanno ancora vinto.

Articolo originariamente pubblicato su Chips & Salsa, il manifesto, 12 luglio 2008.

NOTIZIE Lunedì 14 luglio 2008 - 11:57 (605 giorni fa)

Antonio Sofi

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Argomenti trattati: comunicazione pubblica, e-democracy, politica

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