Intervista allo studioso Carlo Formenti, che ha appena pubblicato un volume in cui ricostruisce le diverse posizioni teoriche su web e utopie post-democratiche. E in cui smonta da sinistra le tante mitologie del web 2.0.

Lavoro conclusivo di una trilogia iniziata nel 2000 con Incantati dalla rete e proseguita con Mercanti di futuro (2002), Cybersoviet (qui è disponibile l'introduzione) è l'ultimo volume pubblicato da Carlo Formenti, docente di Teoria e tecniche dei nuovi media all'Università di Lecce.
Un saggio colto e denso di spunti critici, in cui si ripercorrono le tanti riflessioni teoriche sulla rete e le sue utopie post-democratiche fiorite negli ultimi anni (sistematizzate in un'utile diagramma a cui ci siamo ispirati in parte per la nostra mappa delle ideologie di rete). Formenti si dichiara ormai disillusso rispetto alle tante lusinghe rivoluzionarie che Internet ha alimentato. Soprattutto quelle più recenti in chiave "cyberpop" del web 2.0, di cui Formenti smonta diverse "mitologie" (assenza di controllo, trasparenza e intelligenza collettiva).
La prima parte di Cybersoviet è tutta incentrata sulle difficoltà a individuare una "classe" emergente dal popolo della rete che sappia difendere i propri diritti. Perché ritiene così cruciale un concetto che sembra ormai appartenere ad un'altra epoca (capitalismo industriale)?
Il problema sta nel carattere individualista della cultura di internet, che la maggior parte degli studiosi della socialità in rete, a partire da Manuel Castells, tendono a descrivere come una sorta di caratteristica "naturale". Si tratta di una visione tecnodeterminista che non condivido: è vero che la rete è di per sé un ambiente favorevole alla creazione di legami sociali "deboli", ma ciò non impedisce che possa divenire (il che di fatto è già successo, come dimostra la storia del movimento no global) anche terreno di "narrazioni" politiche e identitarie condivise.
Quando parlo della necessità del concetto di classe, non mi riferisco alle visioni "oggettivistiche" di tale concetto (sul tipo di quella di McKenzie Wark), bensì all'esistenza o meno di "racconti" (tradizioni, esperienze di vita e di lotta, senso di solidarietà e appartenenza, ecc) condivisi, in assenza dei quali, nessun conflitto può ottenere risultati apprezzabili.
A proposito di legami deboli, secondo Geert Lovink il limite maggiore di internet (rispetto alle illusioni della sua prima ora) resta il mancato passaggio dalla "comunità alla società". E cioè, come spiega anche Henry Jenkins, in rete sembrano funzionare solo "affiliazioni di tipo tattico, temporaneo e volontario". Anche secondo lei, i conflitti online si limitano sempre a una dimensione reattiva (quasi mai propositiva), e non in grado di investire la società in modo trasversale?
Direi che l'opinione di Lovink è incontrovertibile: i conflitti che sono nati e si sono sviluppati esclusivamente sul terreno della rete non hanno mai avuto la capacità di andare al di là dell'aggregazione temporanea (esasperando i limiti dei "nuovi movimenti" pre-internet, già ampiamente descritti da Alberto Melucci e altri); né, tanto meno, sono riusciti a dare vita a significative mobilitazioni nel mondo "reale" (quello dei grillini in Italia non è definibile, a mio parere, come un movimento nato esclusivamente attraverso Internet).
Lei denuncia l'esistenza di un triplice divario digitale (globale, sociale, democratico). Il più preoccupante forse è proprio l'ultimo, da cui stanno prendendo piede nuove differenze di classe. Perché i governi occidentali continuano a nicchiare sulla necessità di una "media education"?
I governi nicchiano perché, come denunciato da Colin Crouch e altri, tutti i governi (quelli di destra come quelli di sinistra) hanno ormai rinunciato a qualsiasi forma di interventismo nei confronti delle dinamiche spontanee del mercato in nome dell'ideologia neoliberista. Così come la politica non fa nulla per impedire che la forbice fra ricchi e poveri si apra sempre di più (sia fra i vari Paesi sia all'interno di ogni singolo Paese), allo stesso modo, non sembra avere alcun interesse nel neutralizzare gli effetti del digital divide. E questo in barba ai continui proclami sulla diffusione della banda larga, sull'alfabetizzazione informatica, ecc.: tutti discorsi che mirano esclusivamente a garantire l'ampliamento del mercato dell'e-commerce, mentre ignorano il fatto che la dimensione strategica del divide sta nelle differenze nell'uso delle nuove tecnologie di comunicazione, con la formazione di ristrette élite in grado di sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla Rete in contrapposizione a un'utenza di massa confinata nelle pratiche di intrattenimento (e poco importa se a progettare i nuovi format dell'industria culturale sono i consumatori stessi).
FACE2FACE Sabato 26 luglio 2008 - 08:38 (596 giorni fa)
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