Crede invece che l'idea di Stefano Rodotà di una Costituzione di Internet, che nasca dal basso, possa realizzarsi?
Non c'è dubbio che l'idea di una Costituzione di internet rappresenti una utopia che, per sua stessa natura, non potrà mai essere realizzata integralmente. Ma il ruolo storico delle utopie non è quello di fornire obiettivi concretamente realizzabili, bensì quello di costruire un orizzonte di senso capace di coagulare le energie politiche, sociali e culturali necessarie a innescare conflitti di grande portata. Quindi, per compiere passi in avanti, il progetto di Rodotà dovrebbe essere fatto proprio dai movimenti sociali interessati a sostenerlo, più che ventilato (e magari inutilmente approvato) nei vari contesti istituzionali (come il WSIS) in cui se ne è finora parlato.
Bersaglio polemico di Cybersoviet sono anche molte velleità ingenue di blogger e utenti di social network («individualismo libertario, personalizzazione e fine della politica»). Elementi che secondo lei porteranno a una «controrivoluzione libertaria» in cui «la politica si riduce a braccio armato del mercato». Perché l'unica resistenza a questa controrivoluzione consiste nel tracciare nuovi confini tra la sfera pubblica e quella privata?
Tutto ciò che ho scritto nel mio libro è un tentativo di rispondere a questa domanda. Semplifico brutalmente: per gli apologeti del Web 2.0 (ma anche per i mediologi postmodernisti, per gli anarco-liberisti alla Yochai Benkler e per i teorici della moltitudine) non ha più senso tracciare un confine fra sfera pubblica e sfera privata perché sono le dinamiche spontanee delle comunità, mediate dalle reti di computer, a decidere, di volta in volta, quali siano i temi rilevanti su cui discutere e decidere. Dal mio punto di vista, quelle dinamiche non sono affatto autonome, democratiche, oggettive, ecc, ma incarnano una razionalità tecnica che, a sua volta, rinvia alle leggi del mercato. Per questo parlo di una versione postmoderna dell'ideologia smithiana della "mano invisibile" (la somma dei comportamenti individuali genera spontaneamente il migliore dei mondi possibile). Ecco perché ritengo importante riattivare dei filtri politici (cioè consapevolmente discussi e condivisi dalla comunità) per stabilire quali temi debbano e possano essere considerati pubblici.
Lei si dichiara molto disilluso sugli attuali esiti del web. Proviamo, però, a fare un gioco futurologico: come immagina la rete dei prossimi anni a) nel migliore dei mondi possibili; b) nel peggiore dei mondi possibili?
Odio i giochi futurologici, ma se proprio devo rispondere mettiamola così: a) una rete che, a causa dei conflitti fra grandi potenze, corporation e culture regionali, sfugga ai progetti di normalizzazione in nome della sicurezza e del libero mercato, garantendo margini di sopravvivenza e iniziativa per le soggettività antagonistiche; b) una rete che, a causa del consolidarsi dell'alleanza fra governi e corporation, si trasformi definitivamente in quel megamercato per miliardi di prosumer controllati e sfruttati (nonché felici di esserlo) che il web 2.0 già ci consente di intravvedere
FACE2FACE Sabato 26 luglio 2008 - 08:38 (594 giorni fa) Pagina 2 di 2
Argomenti trattati: internet, politica, web2.0, libertà
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