Il fascino del cyber-capo

Oltre la retorica delle reti orizzontali e non gerarchiche, nelle tribù online prevalgono leader carismatici, regole non scritte e diseguaglianze. Intervista al sociologo Mathieu O'neil

Jimmy Wales (Photo: Janet Knott/Boston Globe) Diffidate di chi  parla  di internet come un media orizzontale che rende tutto più libero e democratico. Sia esso il politico appena sbarcato online  o la grande multinazionale che vuole "ascoltare" i propri clienti. Diffidate anche dei "mercanti di futuro" che parlano senza troppa memoria storica di «nuovo socialismo» (come ha  fatto di recente il fondatore del mensile Wired Kevin Kelly) e dei guru alla Clay Shirky che descrivono le dinamiche di internet con candida innocenza, tralasciando i suoi lati oscuri.

Come gli altri sistemi a network, anche in rete ci sono gerarchie e giochi di potere, regole tacite e carismatici capi-tribù, spiega il sociologo franco-australiano Mathieu O'Neil in un saggio da poco pubblicato in Inghilterra: Cyberchiefs. Autonomy and Authority in Online Tribes (Pluto Press).

Il volume analizza l'organizzazione del potere in diverse comunità online (le prime mailing-list, Wikipedia, i blog politici statunitensi, i servizi  collaborativi, le comunità di sviluppo open source) per dimostrare come la tanto sbandierata "autonomia" (dalla politica, dal mercato, dalle gerarchie ) sia solo un'illusione e che, invece, anche in rete prendono vita nuove forme di "autorità". In tutto ciò, le diseguaglianze, la manipolazione, lo sfruttamento e finanche il sessismo convivono nello spaio virtuale con una gestione del potere oscura e tribale, in cui la legittimazione del capo si basa sul carisma personale, senza forme di designazione trasparente e democratic a.

Come è cambiata la figura dei cyber-capi dai primi tempi di internet (cultura hacker) al web 2.0?

Nelle prime comunità era tutta una questione di meritocrazia: le competenze degli hacker venivano "retribuite" attraverso il riconoscimento sociale da parte dei pari. Si trattava di ambienti molto chiusi: una caratteristica che si riflette ancora nelle community online dove i primi arrivati tendono ad essere sempre bianchi e maschi. Con la democratizzazione della produzione online  (blog, wiki), ha preso piede una nuova forma di potere che io definisco "autorità indicizzata", e cioè quella definita dal posizionamento su Google, Amazon, e su siti di news collettive come Slashdot . Ora non sono più i propri pari, ma  gli algoritmi  a stabilire la reputazione. Siamo in piena Google-gerarchia.

Come mai le community online tendono a rifiutare qualsiasi forma di gerarchia esplicita, quando di fondo ce n'è sempre una informale?

Le radici dell'ideologia di internet affondano nella contro-cultura libertaria. E' quello che gli studiosi Luc Boltanski ed Ève Chiappello definiscono «critica artistica del capitalismo», basata sull'assunto che la vita nel regime capitalistico è noiosa. In realtà il capitalismo ha già fatto propria questa critica e ora promette un lavoro divertente e creativo proprio facendo leva sulla natura orizzontale dei network.

Nel libro scrivi che uno degli strumenti meno democratici sono proprio i blog...

Questo è vero soprattutto nella blogosfera politica, che da sempre si contrappone ai media tradizionali per essere più schierata, caustica e critica su alcuni temi. Lo studioso Matthew Hindman ha invece dimostrato che i blogger costituiscono un'elite privilegiata. I top blogger statunitensi hanno più titoli di dottorato rispetto ai giornalisti. Sono bianchi e hanno un buon stipendio. Al di là di questo, se i blog non hanno portato a termine la loro rivoluzione è anche per un altro problema: dipendono troppo dall'agenda dei media mainstream e per questo non riescono a mettere in discussione il loro dominio sociale ed economico. I blogger restano per lo più dei critici dei media.

Trovi delle differenze tra blog e social-network per quanto riguarda la distribuzione del potere?

Certo, ci sono differenze sostanziali. Solo di recente Facebook ha avviato consultazioni con i propri membri a proposito dei termini di servizio, ma alla fine sono sempre i boss di Facebook a decidere chi cancellare, cosa approvare. Sui blog c'è maggiore autonomia.

In Cyberchiefs scrivi che l'autorità e le regole sono elementi necessari per permettere ai progetti online di crescere...

La sociologia classica ci dice che i capi hanno bisogno di giustificare il proprio potere altrimenti gli altri membri girano i tacchi e se ne vanno. Allo stesso tempo, a causa delle origini contro-culturali e anti-autoritarie, in rete è difficile rendere esplicito il ruolo del leader. Nel mio libro provo ad dimostrare come la presenza di regole trasparenti sia necessaria per evitare gli abusi di potere. Anche perché la sovrapposizione di autorità in conflitto tra loro alla fine crea solo tensioni (come accade su Wikipedia dove non c'è nessun processo formale - ad esempio una costituzione - per definire gli immensi poteri del fondatore Jimmy Wales).

Perché non sei d'accordo con l'approccio strutturalista di teorici come Clay Shirky?

Shirky ha scritto testi molto interessanti. Ma non basta dire "I nuovi arrivati sui network online linkano i più influenti, e così la posizione dominante di quest'ultimi non può mai essere messa in discussione" e poi fermarsi lì con l'analisi. Perché non si prende in considerazione chi sono questi influenti. Su internet in generale (e nella blogosfera in particolare) quelli che dominano il panorama sono sempre bianchi e maschi. In questo senso parlare delle "leggi della rete" come se non avessero niente a che vedere con l'ineguaglianza sociale mi sembra un tentativo di naturalizzare forme di dominazione arcaiche. Quando invece è stato dimostrato che alcuni utenti sono più bravi a stabilire connessioni perché hanno ereditato forme di potere o di capitale (nel senso di Pierre Bourdieu) che danno loro un vantaggio.

E cosa pensi invece del "nuovo socialismo" di cui parla Kevin Kelly nell'ultimo numero di  Wired ?

Kevin Kelly parla di socialismo ma evita di fare qualsiasi riferimento a qual è il suo vero scopo: la giustizia sociale. Se proprio vuole essere preciso, perché non chiama le cose col loro nome? La produzione tra pari e il movimento free-software libero vogliono andare verso il comunismo, dal momento che lottano da sempre contro il principio della proprietà privata delle risorse online. E' qui che sta il vero potenziale di internet.

Come vedi il futuro  politico  della rete? Il cyberpopulismo diventerà la prossima frontiera? Il web evolverà da una struttura tribale ad una feudale, in cui pochi cyberchiefs concentrano nelle loro mani sempre più potere?

Le gerarchie si svilupperanno: già ora i blog sono sempre professionali, più integrati nei network tradizionali. Ma si continuerà ad opporre resistenza alle ingerenze dello stato e delle  multinazionali .

Per quando riguarda le forme online di leadership, i gruppi progressisti hanno bisogno di leader che operano in maniera trasparente, che possono essere rimpiazzati quando sbagliano. Ciò di cui non hanno bisogno sono leader senza legittimazione che dominano da dietro le quinte.

Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 6 giugno 2009

Lunedì 08 giugno 2009 - 15:14 (246 giorni fa)

Nicola Bruno

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Argomenti trattati: privacy, social media, politica

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