Privacy International assegna a Google la maglia nera per quanto riguarda i diritti alla riservatezza degli utenti e invia una lettera aperta al colosso chiedendo pubbliche scuse. Nel frattempo, un sito specializzato indice per il 12 giugno una giornata "senza motori di ricerca".
«Domani, 12 giugno, siete invitati a non usare Google (ma nemmeno Yahoo!, Msn Search, Ask, Aol). Nessuno insomma dei cinque grandi motori di ricerca. Funzionano bene, per carità, ma perché almeno per una volta, almeno per un giorno, non provare a usare anche i motori di ricerca alternativi? Alcuni di loro sono molto buoni, altri stanno migliorando, allora siate così gentili da favorire la concorrenza» . Questo il senso dell'appello lanciato dal sito AltSearchEngines. Probabilmente pochi raccoglieranno l'invito, se non altro perché pochi verranno a conoscenza della richiesta, che non vuol essere particolarmente polemica, ma semplicemente incentivare la diversità e i confronti.
D'altra parte Google, tra i cinque, appare sempre più imbattibile: viene scelto come pagina di ingresso in rete da milioni di utenti (altro che portali) perché da lì si va ovunque, senza nemmeno fare ricorso al proprio elenco di siti "preferiti". Ha staccato gli altri, tutti gli altri, in virtù della forza del suo algoritmo di ordinamento (ranking), della grande quantità di siti schedati e della rapidità della risposta.
Tanto successo ovviamente ha messo sotto la lente la casa californiana; da mesi sono alte le polemiche per il ruolo eccessivo, monopolista di fatto che Google svolge e per il suo estendersi a sempre nuovi settori. L'ultima motivata critica è arrivata due giorni fa da una benemerita associazione non profit, Privacy International la quale ha condotto un'analisi approfondita su 23 grandi servizi online, cominciando dalla A di Amazon, per finire con la Y di YouTube. Ebbene tra tutti questi Google è risultata la peggiore; il suo comportamento di fatto rispetto alla riservatezza dei dati degli utenti viene considerato "ostile". Raccoglie troppi dati riguardo ai suoi clienti, enuncia delle politiche sulla privacy incomplete e non si degna nemmeno di rispondere alle richieste di chiarimenti. Nessuna delle aziende esaminate risulta davvero soddisfacente, ma alcune, per eseio BBC ed eBay si avvicinano ai migliori standard, anche se meriterebbero ulteriori miglioramenti.
La pessima classifica di Google ha generato una ulteriore coda polemica. Sempre sul sito di Privacy International si può leggere infatti una lettera aperta con cui il direttore, Simon Davies, chiede le scuse dal Ceo di Google, Eric Schmidt. Nei giorni scorsi infatti era successo che funzionari di Google contattassero due giornalisti europei sostenendo che le classifiche di Privacy International erano viziate da un conflitto di interessi con Microsoft. Davies ha facile gioco a ricordare tutti i casi in cui la sua organizzazione aveva criticato la casa di Bill Gates e nel rivendicare la sua totale imparzialità.
Google in effetti ha una brutta fama quanto ai rapporti con i media, essendo molto riservata e quasi inavvicinabile; insomma protegge molto bene la sua privacy e racconta di sé il meno possibile, il che contrasta con la sua missione ufficiale di far circolare l'informazione. L'episodio denunciato da Davies fa certamente parte delle tecniche da spin doctor che alcuni uomini delle Relazioni Pubbliche usano, anche in altre aziende, ma non fa onore al brand, né ai due ex ragazzi venuti su all'insegna del «non fare del male».
INVECE Lunedì 11 giugno 2007 - 16:20 (1180 giorni fa)
Argomenti trattati: Google, privacy, Serch engine, Eric Schmidt
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