Arriva come un ciclone l'idea di imporre agli Isp una tassa che "risarcisca" major musicali e artisti per l'uso del peer-to-peer. Mentre gli utenti storcono il naso annusando il sospetto di esser loro, alla fine, a pagare, c'è chi vorrebbe trasformare i provider in organi di controllo.
Qualcuno deve pagare. Probabilmente questo concetto è diventato il tormentone di tutte le aziende che orbitano attorno al mondo della musica. A forza di perseverare nel tentativo di trovare la soluzione per i danni ai bilanci inferti dalla "micidiale arma" del peer-to-peer, forse qualcosa di meno idealistico e più pratico è stato scovato. La proposta è semplice: preso atto che i costosissimi e sgradevoli mezzi antipirateria – dalle martellanti campagne educative ai sistemi Drm che puntualmente sono espugnati dagli utenti esperti – non funzionano, si vuole imporre agli Internet service provider una tassa. L'obiettivo è duplice: da una parte dà il via libera alla condivisione di qualsiasi file e dall'altra rappresenta lo stipendio delle major musicali e degli artisti.
L'ha pensato, negli Usa, l'esperto di strategie digitali Jim Griffin. Devono essere i provider a sborsare 5 dollari al mese per utente, almeno per quelli che comprano banda sufficiente a scaricare file. «È come monetizzare l'anarchia», ha risposto Peter Jenner, a capo dell'Immf (International Music Manager's Forum), entusiasta all'idea. I fondi raccolti, spiega Wired, saranno poi divisi fra tutti gli attori del settore musicale digitale e arriveranno agli artisti in proporzione alla loro popolarità all'interno della rete P2P. In questo modo, così la pensano i sostenitori della proposta, si prende atto dell'impossibilità evidente di impedire la pratica del download e allo stesso tempo si media intelligentemente fra le esigenze di chi sta dietro al pc e quelle di chi vuole guadagnare. Del resto le cifre parlano chiaro, il modello che ci si ostina a portare avanti si è rotto ed è inutile perseverare con il proibizionisimo o con l'immobilismo: le vendite musicali nel 1999 hanno fruttato 15 miliardi di dollari. Nel 2006 solo 11,5. Ma i provider resisteranno alla tentazione di scaricare il costo sui consumatori?
C'è però chi persevera nella lotta all'ultimo sangue contro il download incontrollato. A gennaio, al Midem (Music industry trade show) Paul McGuinness ha insistito sulla responsabilità degli Isp rispetto al comportamento dei clienti. Idea a dir poco controversa in quanto comporta il dovere di monitorare le azioni degli utenti, di bloccarli e di portarli al palo grazie alla collaborazione dei provider - che però non sono affatto entusiasti. In Irlanda gli Isp sono stati trascinati in tribunale perché si rifiutano di bloccare la banda ai propri clienti: si difendono spiegando che non possono spiare gli utenti. Intanto si attende anche l'evolversi di un'analoga proposta di legge francese.
In Italia invece il Garante della privacy commenta così la notizia: «Le società private non possono svolgere attività di monitoraggio sistematico per individuare gli utenti che si scambiano file musicali o giochi su internet. La direttiva europea sulle comunicazioni elettroniche vieta ai privati di poter effettuare monitoraggi, ossia trattamenti di dati massivi, capillari e prolungati nei riguardi di un numero elevato di soggetti». Enzo Mazza, presidente della Fimi, in replica paventa l'aumento dei contenziosi legali. Come se ce ne fosse ancora bisogno.
NOTIZIE Giovedì 13 marzo 2008 - 13:14 (904 giorni fa)
Argomenti trattati: musica, p2p
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