Dichiarazioni online, parto prematuro

Per Stefano Rodotà, ex Garante della privacy, è fondamentale che il Parlamento affronti un nuovo passaggio normativo prima di autorizzare la pubblicazione dei dati degli italiani in rete. Ma la classe politica è ancora culturalmente impreparata.

Stefano Rodotà, ex Garante della privacy Sette giorni. Tanti son passati dalla pubblicazione online, il 30 aprile scorso, degli elenchi dei redditi degli italiani per l'anno 2005 e il pronunciamento finale del Garante della privacy che il 6 maggio ha sancito l'illegittimità della decisione dell'Agenzia delle Entrate. Una settimana in cui il connubio tasse & internet ha innescato un cortocircuito mediatico-giuridico inondando il dibattito pubblico di voyeurismo e isteria, ma anche discussioni sulla natura della rete e la sua "diversità" rispetto ai media tradizionali. Un impasto di questioni giuridiche ma anche tecnologiche e sociali su cui Stefano Rodotà, professore all'Università La Sapienza, ex Garante della privacy e studioso del rapporto tra nuove tecnologie e diritto, ci aiuta a fare chiarezza.

Professore, negli argomenti usati in questi giorni si sono scontrate due idee sulla natura della rete. Secondo l'Agenzia delle Entrate, internet è un mero prolungamento della sfera pubblica reale: un dato "pubblico" nella prima lo deve diventare anche nella seconda. Per il Garante, invece, internet è un ambiente che offre problematiche nuove e come tale deve essere oggetto di cautela. Qual è la sua opinione?

Il problema del passaggio dalle vecchie tecnologie a internet non va trascurato: la trasposizione non può essere automatica ma bisogna tenere conto delle specificità del medium. Questa cautela va espressa tanto più forte a quanti pensano che questo passaggio è ineluttabile e che dunque bisogna rassegnarsi. Proprio perché è ineluttabile, anzi, assume un ruolo ancora più importante l'obbligo di consultare il Garante della privacy, che può diventare il soggetto che invita alla riflessione su come la tecnologia incide sui diritti dei vari soggetti. Non possiamo arrenderci all'argomento "tanto non c'è nulla da fare", esonerandoci così dalla responsabilità di una riflessione sugli effetti sociali della tecnologia.

Tuttavia il provvedimento del Garante non esclude che in futuro questi dato possano essere messi a disposizione anche su internet. O no?

No, non lo esclude. Tuttavia, mette in luce come per questo evento sia necessario un ulteriore passaggio normativo. In sostanza, deve intervenire il Parlamento dal momento che, fino ad ora, la legge autorizza solo la predisposizione annuale degli elenchi che vengono messi a disposizione dei comuni e la loro consultazione in loco. Ed è un bene che sia così. In queste materie che toccano i diritti fondamentali delle persone, il Parlamento è la sede più adeguata del dibattito. È quello il luogo in cui i grandi problemi della società devono essere affrontati. E l'impatto delle nuove tecnologie è una delle questioni cruciali.

Come argomenti di giustificazione politica della loro decisione, Visco e l'Agenzia hanno ribadito che la pubblicazione su internet delle dichiarazioni dei redditi va nella direzione di stimolare un maggiore controllo sociale da parte dei cittadini. E' d'accordo?

La pubblicità degli elenchi è un fatto normativo acquisito dal 1958 (articolo 47 del testo unico delle imposte dirette) e poi ribadito nel decreto del 1973. La ratio della legge è quella di consentire un controllo diffuso e permettere ai cittadini di contribuire all'eguaglianza e all'equità fiscale attraverso la conoscenza di questi dati. La decisione dell'Agenzia delle Entrate, almeno nelle intenzioni, andava in questa direzione. Tuttavia, il trattamento dei dati deve essere sottoposto a una serie di principi anche in questo caso, primo fra tutti la garanzia che i dati messi a disposizione per un scopo non siano utilizzati per finalità diverse, come invece può accadere una volta che i redditi siano in circolazione su internet come sta accadendo in questi giorni. Cosa che pone un ulteriore rischio.

Quale?

Vista la reazione emotiva e il clamore che ha suscitato questa vicenda, temo che da destra si prema per una ulteriore riduzione del principio di trasparenza rispetto a queste informazioni.

Quale immagine del ceto politico e del suo rapporto con le tecnologie ci restituisce questa vicenda?

Questo episodio dimostra come la classe politica italiana non abbia la cultura necessaria per comprendere l'innovazione e il cambiamento tecnologico che stiamo attraversando. Dopo tutto, un'occhiata ai programmi elettorali di entrambi gli schieramenti lo dimostra in modo chiaro. Non si va oltre gli slogan. C'è una sorta di primitivismo culturale da questo punto di vista. L'unica cosa che possiamo sperare è che da questa vicenda esca un'accelerazione della discussione che porti a una maggiore coscienza delle implicazioni sociali delle tecnologie, soprattutto sul terreno dei diritti.
(Articolo pubblicato l'8 maggio 2008 sulla rubrica Chips&Salsa del manifesto)

FACE2FACE Venerdì 09 maggio 2008 - 09:21 (671 giorni fa)

Raffaele Mastrolonardo

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Argomenti trattati: privacy, politica

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