L'uscita del presidente del Consiglio sulla regolazione di internet, seguita a ruota da quella di Maroni sull'Ip univoco, era forse una sparata momentanea? Temiamo di no. Ecco perché.
Folgorato dall'eccellenza tecnologica delle Poste italiane, l'altro ieri il presidente del Consiglio Berlusconi non ha potuto fare a meno di lanciare una proposta ambiziosa: nientepopodimeno che la regolazione internazionale di internet. E pazienza se ancora qualche tempo fa, in piena campagna elettorale, il nostro premier dichiarava di non conoscere affatto la rete. Ciò non gli impedirà di portare sul tavolo del prossimo G8, accanto alla patata bollente del controllo dei mercati finanziari, quella della regolamentazione del "sistema internet". Si tratta forse della solita sparata a caldo? Guarda caso la stessa sera il ministro dell'Interno Maroni tornava in qualche modo sull'argomento, circoscrivendolo, e spiegando che è ormai inevitabile "il controllo sui dati di tracciamento delle comunicazioni telematiche". E che quindi l'Italia (sempre noi, e sempre da soli… che faro di civiltà…) sta lavorando per la realizzazione di un indirizzo IP unico per ogni utente della rete.
Dunque che sta succedendo? Regolamentare la rete, identificare i navigatori. All'improvviso dai vertici del governo emerge un insolito attivismo tecnologico. Caso strano, proprio dopo che una serie di avvenimenti internazionali e interni (gli attentati in India e gli arresti dei presunti terroristi a Milano) ha rimesso in primo piano uno dei temi preferiti dell'era Berlusconi-Bush: l'ossessione securitaria. Che in termini di propaganda fa rima con paura e con voti.
Non a caso proprio il 31 dicembre prossimo scadranno gli effetti dell'articolo 7 del decreto Pisanu, varato nel luglio 2005 sull'onda emotiva degli attentati alla metropolitana di Londra e poi convertito in legge con voto bipartisan. Il provvedimento inserisce tra le «Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale» l'obbligo per chi apre un esercizio che offre connessioni a internet di richiedere la licenza al questore e di identificare gli utenti attraverso un documento di identità conservando i dati relativi. Nemmeno l'America di Bush è arrivata a tanto.
Contro la proroga di questa norma, che considera tutti i cittadini che si avvicinano alla rete possibili sospetti e deprime la diffusione in Italia di tecnologie come il WiFi, si stanno levando in questi giorni le voci di accademici, attivisti, internet service provider e amministrazioni pubbliche (vedi Alias del 29 novembre e VisionPost). Visto che la strategia del silenzio quest'anno rischia di fallire, devono avere pensato i consiglieri di Berlusconi, meglio passare all'attacco e preparare il terreno con qualche dichiarazione roboante.
Ma la politica del controllo ha anche un altro risvolto. Per quanto riguarda la Rete, coincide con provvedimenti chiesti a gran voce da precise lobby economiche, ovvero l'industria dell'intrattenimento (Federazione industria musicale italiana in testa) verso cui questo governo è sempre stato molto compiacente.
Basti ricordare l'interesse dimostrato dal ministro dei Beni Culturali Bondi per la dottrina Sarkozy, che prevede la disconnessione da internet degli utenti accusati di scaricare contenuti illegali, trasformando i fornitori di connettività in sceriffi per la gioia dei guardiani del copyright.
Una dottrina che, esportata dalla Francia a Bruxelles, lo scorso settembre il Parlamento europeo aveva respinto. E che la scorsa settimana il Consiglio Europeo dei Ministri ha reintrodotto dalla finestra. Ecco dunque la posta in gioco che ci fa dubitare della spontaneità della sparata berlusconiana. Ecco che tipo di regolamentazione della rete possiamo attenderci da questo governo.
(Articolo originariamente pubblicato sul manifesto del 5/12/2008)
NOTIZIE Venerdì 05 dicembre 2008 - 10:17 (637 giorni fa)
Argomenti trattati: web politica, politica
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