Non solo software. Il paradigma open source si estende anche all'architettura, il design, l'industria delle auto, l'alimentazione e i gadget elettronici. Per lasciarsi alle spalle brevetti e segreti industriali. E liberare la creatività.
HARDWARE
Processori per tutti
Apripista sono stati i primi smanettoni che negli anni '70 si divertivano a smontare e riassemblare vecchi computer. Ma il vero spartiacque è arrivato di recente, quando si è andati oltre il semplice remix e qualcuno ha accarezzato l'idea di autoprodurre i pezzi che stanno dentro a pc, telefonini e gagdget di ogni sorta. Non è caso se anche qui tutto è partito da una potente utopia fantascientifica: realizzare una macchina in grado di riprodursi. Così nel 2005 ha preso il via il progetto RepRap.org, una stampante tridimensionale in grado di replicare se stessa, in ogni sua componente (circuiti elettronici, tubi, etc): lo scorso anno ha "partorito" il primo figlio.
E' tutto italiano, invece, il progetto di un microprocessore (ovvero il motore di un dispositivo elettronico) a codice aperto che chiunque nella comunità può implementare, adattare ai propri scopi. Al limite anche rivenderlo. Si chiama Arduino ed è stato rilasciato senza nessun brevetto o segreto industriale (come invece fanno i colossi del settore: Intel e Amd). A pochi anni dalla nascita ne sono stati venduti oltre 50 mila. Tanto è bastato perché, come è accaduto in ambito software, molte imprese intuissero potenzialità di business dietro quello che ormai viene chiamato open hardware. La taiwanese OpenMoko lavora all'equivalente di un iPhone ma aperto; mentre la californiana Chumby già commercializza una radio wireless che può essere personalizzata dagli utenti (anche se il cuore del sistema resta chiuso e questo non piace ai puristi dell'open hardware).
ARCHITETTURA
Design senza frontiere
Una persona su sette nel mondo vive in catapecchie o in capanne assemblate alla meno peggio. C'è chi si è posto l'obiettivo di arrivare a dimezzare questo rapporto di qui al 2020. Non è l'Onu ma un gruppo di architetti indipendenti che hanno iniziato a condividere idee innovative su come costruire abitazioni sicure, sostenibili e a basso costo. Le tecnologie e le soluzioni ci sono, il problema è che spesso restano chiuse nei cassetti degli studi o depositate all'ufficio brevetti. Cosa che non ha fatto l'ideatore di Hexayurt, una capanna costruita con materiali isolanti e a prova di intemperie. Il modello base costa solo 200 dollari ed è stato testato con successo in diversi contesti, anche i più estremi. Hexayurt è solo uno dei tanti progetti condivisi su OpenArchitectureNetwork.org, community online di architetti che condividono i propri progetti "liberando" le informazioni per la loro costruzione. Un database a cui si è già attinto in diverse situazioni di crisi (dopo l'uragano Katrina, lo tsunami in Thailandia, il terremoto in Pakistan), oltre che per costruire villaggi e scuole in Africa e Medio Oriente. Dall'architettura al design il passo è stato breve. Le community di Open Design condividono la documentazione per la realizzazione di qualsiasi manufatto (pannelli solari, giocattoli, strumenti per la casa). Anche qui vige la logica del bazaar e della cooperazione disinteressata: qualcuno lancia un concept interessante online, la comunità lo perfeziona (magari con altre idee già pronte), qualcun altro lo realizza e poi tutte le informazioni restano liberamente accessibili online.
INDUSTRIA
L'automobile fai da te
Si dirà: facile costruire in maniera collaborativa un gadget elettronico o un'abitazione rudimentale. Ma come la mettiamo con l'industria manufatturiera? E cioè, sarà mai possibile realizzare prodotti che richiedono investimenti giganteschi sia in fase di progettazione che di produzione? Anche qui c'è qualcuno che pensa che l'impresa non sia impossibile, anzi. OScar è l'acronimo di «open source car», un'automobile elettrica su cui sta lavorando un gruppo di appassionati distribuito in tutto il mondo. Avviato nel 1999 e rilanciato negli scorsi anni, il progetto è già approdato ad una prima versione, assemblata solo con componenti standardizzate e interoperabili per qualsiasi modello. «Secondo noi, un'automobile non è un veicolo pieno di gagdet high-tech. Stiamo lavorando a un modello semplice e funzionale per favorire la mobilità. La forma segue la funzione». Non è detto che si arrivi a produrre una vera e propria vettura, ma OScar rappresenta comunque un laboratorio di innovazione aperta a cui un giorno potrebbero rivolgersi i grandi colossi dell'auto (magari, per uscire dalla crisi in cui si trovano). Di recente, poi, alcuni appassionati di motori (categoria che da sempre ha molto in comune con gli hacker informatici) hanno iniziato a lavorare su uno scooter open (progetto forse più a portata di mano). Più difficile, ma potenzialmente ancora più utile per le economie in via di sviluppo, è OSTrac, trattore multifunzione a basso costo.
ALIMENTAZIONE
Bevande aperte
Se Microsoft è la bestia nera del movimento free-software, anche Coca-Cola (e le altre multinazionali delle bevande) sono finite nel mirino degli attivisti open source. E' risaputo che il colosso di Atlanta da sempre protegge con morboso accanimento il segreto sugli ingredienti della sua bibita. Ha deciso invece di seguire la strada opposta OpenCola, azienda che produce(va) una bibita i cui ingredienti sono accessibili a chiunque online online (di modo che chiunque possa poi prodursela a casa; qui la ricetta). Quando qualche anno fa alcune lattine sono comparse nei supermercati sono andate subito a ruba: ne sono state vendute più di 150.000. Un successo clamoroso che però non è bastato a portare avanti l'iniziativa: ora l'azienda è stata dismessa, ma diversi utenti online continuano a perfezionare la ricetta. Stesso principio è alla base di Vores Øl, birra open-source messa a punto dagli studenti dell'IT-University a Copenaghen (insieme a Superflex, collettivo di artisti danesi) un po' per gioco, un po' per provocazione. Anche qui ricetta e trucchi per la preparazione sono stati condivisi online sotto licenza Creative Commons. Facile aspettarsi che, al momento del lancio la birra si attirasse le critiche dell'intransigente movimento homebrewing (quelli che si producono la birra in casa, tantissimi nei paesi scandinavi e super organizzati): loro si che sono open source da sempre, ben prima che si parlasse di free software e affini.
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 16 maggio 2009
Lunedì 18 maggio 2009 - 11:41 (473 giorni fa)
Argomenti trattati: open source
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