Sorprendenti linee guide del Washington Post sull'uso dei social network, sia professionale che personale. Una coraggiosa anche se discutibile presa di posizione.
Una storia che sembra accadere su un altro pianeta e riguardare una professione ignota. Invece viene dagli Usa e riguarda il giornalismo. Un paio di giorni fa il caporedattore del Washington Post ha diramato le linee guida per l'uso del social networking da parte dei giornalisti della storica testata Usa. Non è la prima volta che accade che un'azienda si preoccupi di regolamentare o vietare l'uso di alcuni servizi online ai propri dipendenti. Quello che è decisamente insolito è la posizione di un'azienda editoriale, le argomentazioni utilizzate e il fatto che oltre a regolarne l'uso professionale - evidentemente in Usa è prassi ormai consolidata che i giornalisti tengano contatti e cerchino informazioni usando Twitter e Facebook - si prescriva la dieta corretta anche per l'uso personale del 2.0.
Il documento inizia con la considerazione che Facebook, Twitter, LinkedIn e gli altri costituiscono un prezioso strumento di lavoro ma non senza rischi, e "un giornalista del WaPo deve sempre ricordarsi di essere un giornalista del WaPo". Potrà quindi usare il web 2.0 solo a patto di preservare la propria integrità professionale. Il che vuol dire innanzitutto che dovrà farsi riconoscere come giornalista del WaPo, essere accurato nella pubblicazione dei tweet o degli aggiornamenti e sintetico nella forma; non deve mai dimenticare la distinzione tra notizia e commento (e, come vedremo, evitare i commenti limitandosi alle notizie), l'obiettività, l'uso corretto del linguaggio e dei toni. Quando si cercano informazioni si deve sempre essere aperti a tutti gli interlocutori, ricordando - nel disseminare dati sulla nuvola di server - che in ballo c'è la reputazione professionale del singolo e del WaPo tutto.
Si passa dunque al personale con l'incredibile incipit: "Tutti i giornalisti del WaPo rinunciano ad alcuni privilegi personali dei privati cittadini". Questa l'argomentazione: ogni contenuto a loro associato nei siti 2.0 è come se fosse pubblicato a fondo articolo o sul sito del WaPo. Quindi anche a titolo personale non potrà essere pubblicato nulla che possa essere percepito come espressione di tendenze politiche, razziali, sessuali, religiose o politiche.
Se qualcuno ora volesse obiettare che si può sempre fare un account privato invitando solo alcuni amici, la replica è pronta: qualunque cosa pubblichiate su un social network si deve presumere che sia pubblico, anche in caso di un account privato. Le limitazioni all'accesso sono infatti solo dei deterrenti, non danno nessuna garanzia contro gli sguardi indiscreti. Dovranno altresì essere evitate come la peste le "amicizie" con politici.
Nonostante i molti passaggi interessanti, mi colpiscono soprattutto due cose: nessun cenno al motivo che finora ha limitato nelle aziende l'uso dei social network, cioè la perdita di tempo, e l'idea che la vita online inizi a diventare sempre più responsabile, o, meglio, sempre meno irresponsabile: i bit pesano e le azioni commesse online hanno un peso a volte non inferiore a quelle commesse nella realtà fisica. Chiedo lumi a chi è più giornalista di me, lo è da più tempo o più semplicemente ha maturato qualche convinzione più consapevole in materia. Nel frattempo invidio un po' chi riesce ad affrontare simili temi, seppur al costo di esporsi a critiche feroci, anziché non pensare alla cosa o mettere più prudentemente la testa sotto la sabbia.
INVECE Giovedì 01 ottobre 2009 - 15:56 (337 giorni fa)
Argomenti trattati: giornalismo, web2.0
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