Quel che Google sa di noi

Il nuovo programma pubblicitario del motore di ricerca apre uno squarcio su quel che l'azienda di Mountain View sa dell'utente e dei suoi interessi. Un risvolto che può aprire le porte a stuzzicanti prospettive psicologiche e iniziative diaboliche...

Google + DoubleClickDimmi cosa fai e ti dirò cosa comprare. E se proprio non vuoi dirmelo, lo scoprirò da me. Perché quello che conta è una cosa sola: che tu possa godere, lo voglia o no, della migliore pubblicità possibile, quella più vicina ai tuoi interessi. È questo il motto preferito di quelle grandi aziende internet che hanno adottato il cosiddetto behavioral advertising, espressione orwelliana per una tecnica di réclame online basata sul comportamento dell'utente.

Il principio è semplice: hai la tendenza a frequentare siti di sport? Allora è probabile che nel tuo girovagare online finisca per imbatterti in un maggior numero di banner su questi temi rispetto al tuo vicino di scrivania a cui del football non gliene frega un bel niente. Il miracolo lo fa un piccolo file ("cookie", letteralmente biscotto) nascosto nel Pc e istruito a tenere traccia di quello che scorre sulle pagine del browser. Al resto ci pensano potenti algoritmi che correlano le tue navigate con la pubblicità. Microsoft e Yahoo! Ne fanno uso da tempo.

Ovviamente, nessuno ci ha chiesto preventivamente (opt-in, nel gergo del marketing) se il biscottino impiccione dentro l'hard disk lo vogliamo davvero. E, se è per questo, non ce lo chiederà nemmeno Google, che da ieri si è lanciato nella partita della pubblicità comportamentale. Anche il cookie targato Mountain View si infilerà nel nostro computer senza domandare il permesso e il monitoraggio delle nostre abitudini internettare e sarà ad uso di Larry Page e Sergey Brin. Comincerà senza che la maggior parte di noi lo sappia. Dopo tutto, una eventuale richiesta preventiva di consenso, ha detto Christine Chen di Google, andrebbe nientemeno che "contro il modello economico di internet", divinità che non si può certo oltraggiare.

Tuttavia, va detto che il motore di ricerca più famoso del mondo ha fatto delle concessioni alla riservatezza degli utenti più larghe rispetto ai suoi concorrenti. Saremo pedinati virtualmente senza autorizzazione, su questo non ci piove, ma sarà molto più facile seminare gli spioni e mantenere un po' di controllo della situazione. Il che, di questi tempi, è sempre meglio di niente.

Dopo essersi consultato con la Electronic frontieer foundation (Eff), organizzazione che si batte per il rispetto dei diritti online, Google ha infatti approntato un sistema di "uscita" dal programma pubblicitario (opt-out) che risolve alcuni problemi tipici di simili soluzioni. Già, perché anche la fuga dai servizi di monitoraggio pubblicitario si basa sull'installazione di un cookie che ricorda al sistema la nostra volontà di non essere tracciati. Peccato che quando (ironicamente: proprio per ragioni di privacy) decidiamo di cancellare questi file dal nostro Pc finiamo per eliminare anche il baluardo che ci protegge dall'intrusione rimanendo così di nuovo esposti al controllo che non vogliamo.

Accettando la sfida della Eff Google ha però messo a punto un plug-in che consente al browser di ricordare la nostra scelta anche dopo l'eliminazione di tutti i cookie. Per ora, il sistema è disponibile solo per Firefox e Internet Exolorer.

Ma le buone notizie (o almeno quelle non stroppo cattive) non sono finite qui. In un moto di generosità, il motore di ricerca offrirà all'utente anche la possibilità di vedere la lista delle nostre preferenze (divise in 27 categorie e circa 600 sotto-categorie) dedotte dal comportamento online e di intervenire per modificarle. Sapremo insomma quel che Google sa di noi, se ci considera degli appassionati di sport o di bird-watching, della Bmw o della Mercedes, di Apple oppure di Microsoft.

Oltre ad essere un lodevole passo verso la trasparenza, questa apertura offre fra l'altro alcune opportunità collaterali che compensano l'invasione del nostro spazio privato online. Non è detto, per esempio, che i potenti algoritmi del motore di ricerca più famoso del mondo non siano in grado di rivelarci particolari della nostra personalità a noi prima sconosciuti e aprire così le porte a nuove passioni. E, al contrario, vuoi mettere la soddisfazione di scoprire che i fantastici processori della Grande G non hanno capito proprio un cavolo di noi.

Infine, per quelli che trovano la pubblicità fastidiosa sempre e comunque ecco materializzarsi la tentazione più diabolica: scombinare tutte le categorie, inserire interessi palesemente lontani da noi e, illudendosi, compiacersi di avere infilato il proprio granello di sabbia nell'ingranaggio tecnologico-pubblicitario più potente del pianeta.

INVECE Giovedì 12 marzo 2009 - 17:04 (364 giorni fa)

Raffaele Mastrolonardo

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Argomenti trattati: Google, privacy, advertising

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