Giro di vite della Cina contro i siti web che trasmettono video: d'ora in poi dovranno essere controllati dallo stato e seguire il suo codice morale. Nel mirino i contenuti generati dagli utenti.
Che i video generati dagli utenti siano potenzialmente dirompenti rispetto all'ingessato panorama mediatico di molti stati si era capito da tempo. Purtroppo l'ha compreso anche la Cina. La Repubblica popolare ha infatti iniziato il nuovo anno con un giro di vite sui filmati online, stabilendo che, a partire dalla fine di gennaio, solo i siti controllati dallo stato potranno caricare e condividere video; e che è dovere degli internet provider cancellare o segnalare materiale sconveniente.
In pratica con il nuovo regolamento – approvato dall'ente che amministra radio, film e televisione – i siti che vogliano trasmettere video o permettere agli internauti di caricare le proprie clip dovranno ottenere un permesso ed essere soggetti al controllo statale. Non solo: a loro spetta il compito di pattugliare virtualmente le proprie piattaforme in modo da eliminare contenuti proibiti: pornografia, ma anche tutto ciò che danneggia la reputazione della Cina o distrugge la stabilità sociale. Nel caso non fosse chiaro, le parole del regolamento sono, nella loro retorica orwelliana, piuttosto esplicite: «Chi fornisce un servizio di video online deve servire il popolo, servire il socialismo… e seguire il suo codice morale».
I permessi saranno rinnovati ogni tre anni con la minaccia di eventuali messe al bando nel caso di gravi violazioni. Non sono chiare tuttavia le implicazioni immediate delle nuove disposizioni, e come influenzeranno le attività della maggioranza dei servizi video del Paese, che sono privati e che negli ultimi tempi hanno richiamato numerosi investitori stranieri. Nebbie anche sul destino di un sito come YouTube, di proprietà di Google, che pur non avendo computer in terra cinese, rischia comunque di essere bloccato o oscurato dalle autorità. «Noi crediamo che il governo riconosca pienamente il valore enorme dei video online - commenta prudentemente un portavoce di YouTube, Ricardo Reyes – e che dunque non applicherà le nuove regole in modo tale da privare la popolazione dei loro benefici».
La Cina, che con i suoi 164 milioni di navigatori è ormai il secondo mercato internet mondiale dopo gli Stati Uniti (dati ComScore), applica già severe restrizioni sui contenuti web, utilizzando il cosiddetto "grande firewall" per bloccare siti e informazioni scomode. Il regime del resto può contare su un esercito di 30mila sorveglianti internet, che monitorano le comunità online, dai blog alle chat. Uno sforzo che deve contrastare una marea montante di contenuti, dal momento che anche nella Repubblica popolare sono esplosi i servizi online 2.0, quelli cioè basati sulla partecipazione degli internauti. In particolare negli ultimi anni si sono moltiplicati i servizi di video online, tanto che oggi il Paese può contare su 500 siti di video generati dagli utenti.
In passato il governo cinese ha anche cercato di imbavagliare del tutto i blogger nazionali (che sono 47 milioni), obbligandoli a svelare la propria identità quando pubblicavano sul web. Ma su questo progetto ha dovuto fare una parziale marcia indietro.
NOTIZIE Venerdì 04 gennaio 2008 - 12:23 (973 giorni fa)
Argomenti trattati: censura, video online, user generated content
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