Conoscenza e aggiornamenti professionali da indossare, da consultare in mobilità, o attraverso il proprio avatar in un’aula virtuale. È la personalizzazione spinta della formazione, il paradigma dell’e-learning in versione 2.0.
I pompieri di Parigi gestiscono gli interventi anti-incendio comunicando con i loro abiti da lavoro e con le attrezzature che indossano. Un sistema di wearable Pc li connette in tempo reale ai database, fornisce loro informazioni sul territorio e sull'entità dei danni, invia dati tecnici per produrre valutazioni immediate e aggiornamenti in tempo reale. È uno dei molti casi avveniristici di e-learning di seconda generazione: quella formazione sul campo, continua, personalizzata, che si avvale degli ultimi passi avanti della ricerca, cui l'industria e la tecnologia lavorano con nuove e sorprendenti soluzioni.
E-learning 2.0 è un cappello dalle falde molto ampie, che ospita sotto di sé tutto quel che è cambiato – in meglio – negli ultimissimi tempi nel campo della formazione online. Rispetto a un passato in cui si sono visti quegli interventi educativi, spesso gestiti dall'alto, che portavano a insegnare e aggiornare a una sola via (appunto dall'alto verso il basso) con margini di soddisfazione molto bassi e un drop out rate, un tasso di rinuncia, molto elevato. Tali sistemi, che fossero universitari, per la pubblica amministrazione o per un'azienda privata, funzionavano solo nei casi in cui vi era (e vi è tuttora) un obbligo di legge nel portare a termine un percorso formativo. Si pensi ai crediti obbligatori per insegnanti e medici. O a determinate dinamiche aziendali che impongono al dipendente la frequenza, in pausa pranzo o in orario di lavoro, di seminari di aggiornamento online e in aula, come i diffusi corsi di lingua.
Poi, da almeno un anno, qualcosa è cambiato: il primo indizio importante è dato dalle telecomunicazioni e dalla diffusione capillare dei collegamenti a banda larga, base odierna delle reti aziendali. Il secondo indizio è la diffusione del lavoro in mobilità strutturato tecnologicamente: medici che consultano cartelle cliniche dal palmare in corsia, commerciali che mandano i loro ordini direttamente a un cervellone centrale dal loro smartphone, camionisti che lasciano a piccoli tag Rfid il controllo dello stato di usura dei loro pneumatici, o la registrazione dei loro percorsi a un sistema Gps che oltre ad aiutarli finisce per controllarli spesso oltre il lecito. Il terzo indizio è l'always on, la pervasività dei collegamenti, sempre e ovunque, attraverso qualsivoglia dispositivo, installato anche nei vestiti: è il caso dei pompieri di Parigi, ma non solo, perché riguarda più in generale l'opportunità (e la condanna) di essere sempre rintracciabili.
Un quarto indizio è la diffusione di mondi virtuali, in cui giocare e imparare. Second Life ha fatto scuola, ma ora è il virtual learning che spopola soprattutto nelle grandi aziende più avveniristiche: i dipendenti/discenti imparano, attraverso la loro seconda vita, entrando nei panni del loro avatar. Il quinto indizio è nascosto nel nome stesso di web 2.0, da cui l'e-learning 2.0 ha ereditato il nome: ovvero l'uso di blog, sistemi wiki, social network per creare un circuito, una comunità di insegnamento e apprendimento. Quelle che fino allo scorso anno abbiamo chiamato comunità di pratica, insomma.
ZOOM Venerdì 22 giugno 2007 - 16:06 (998 giorni fa)
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