Il nuovo Media Oriente - L'armata dei blog di stato

10 mila blogger al servizio della rivoluzione islamica. Tanti pensa di crearne il governo iraniano per estendere la propria influenza sul web. Una ricerca americana ci dice se l'operazione sta riuscendo.

10 mila blogger al servizio della rivoluzione islamica. Tanti pensa di crearne il governo iraniano per estendere la propria influenza sul web. L'annuncio è arrivato a fine dicembre quando il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRCG), braccio repressivo del ministero dell'Intelligence, ha annunciato l'intenzione di promuovere la pubblicazione di diari online gestiti da altrettanti membri del Bassij, le forze paramilitari che dipendono dall'IRCG. Uno sforzo senza precedenti da parte dello stato che segnala un salto di qualità nell'impegno propagandistico online degli ayatollah ma anche la crescente importanza assunta dal web nel dibattito pubblico iraniano.

«I movimenti della società civile non sarebbero immaginabili senza internet», ci spiega Hamid Tehrani, Iran editor di Global Voices, progetto che raccoglie le voci più interessanti che emergono dai blog di paesi che spesso non sono captati dai radar dell'informazione mainstream. «Gli attivisti non hanno accesso alla tv, alla radio o ai giornali. Usano quindi il web e i blog per informare la gente e organizzarsi».

E' anche per questo che sempre più iraniani si riversano online sfidando censura e repressione. Mentre le autorità si vantano di avere filtrato oltre 5 milioni di siti, Reporters sans frontières ha messo in luce un'escalation dell'attività di polizia online. Nel 2008 l'organizzazione francese ha contato 18 arresti, 31 casi di violenza fisica e 10 sentenze nei confronti di cyberattivisti. Ma la sola forza non è, evidentemente, sufficiente. Le autorità hanno cominciato a studiare nuove strategie per il mondo virtuale. La creazione di una vera e propria armata di blogger filo-governativi è tra queste.

«Per anni lo stato, direttamente o indirettamente, ha incoraggiato i blog religiosi», racconta Hamid Tehrani. «Ma l'annuncio dell'IRCG è una novità, soprattutto per la dimensione dell'iniziativa. La guida al blogging per i membri del Bassij è già disponibile in rete ma, a quanto ne so, il progetto non è ancora decollato».
E non è detto che lo faccia mai, almeno dal punto di vista dell'efficacia. Aprire uno spazio informativo in rete è molto facile. Renderlo interessante meno. «L'IRCG può riuscire a creare 10 mila blog. Ma se ripeteranno tutti le stesse storie sono destinati ad essere poco attraenti e a non avere seguito. Anche la tv nazionale ha moltiplicato i suoi canali ma la maggior parte della gente preferisce guardare programmi stranieri sul satellite», dice Tehrani.

Tuttavia, la strategia governativa potrebbe avere già dato qualche frutto. Secondo il Berkman Center for Internet & Society dell'Università di Harvard, che ha realizzato una ricerca sulla blogosfera iraniana mappando oltre 60mila utenti attivi online, negli ultimi tempi le fila dei diari religiosi si sono ulteriormente ingrandite. Sì perché, nonostante quello che pensano i media occidentali, il cyberspazio di lingua persiana non è solo il regno delle forze che spingono per la democratizzazione del paese, ma ospita anche una consistente comunità conservatrice legata all'islam. Il che ha sorpreso anche i ricercatori occidentali.

«Siamo partiti dall'ipotesi che, per via della censura su altri mezzi, la blogosfera iraniana fosse composta soprattutto da rivoluzionari e dissidenti», spiega Corinna Di Gennaro del Berkman. «Abbiamo trovato, invece, quattro poli distinti: i secolari-riformisti, i conservatori-religiosi, quello di chi è interessato alla poesia persiana e le cosiddette reti miste che si aggregano intorno a passioni e hobby». Insomma, non tutti i blog iraniani si occupano di questioni che hanno a che fare con la politica. Tra questi, poi, le forze in campo sono equamente divise tra chi è critico del regime e chi lo appoggia con una prospettiva islamista.

«La consistenza del cluster religioso ci ha meravigliato. Così come scoprire che al suo interno le posizioni sono diversificate. Alcuni, pur nel supporto generale, criticano l'operato del governo. Un po' come può fare oggi in Italia un blogger di destra».

Una sorpresa, insomma, tutta questa vitalità, che fa quasi assomigliare la blogosfera iraniana ad una sfera pubblica liberale. Altrettanto sorprendente è apprendere che il ricorso all'anonimato è più frequente tra i blogger filo-regime che tra i dissidenti. La ragione la spiega ancora Hamid Tehrani: «Ci sono molte forze in competizione all'interno del regime: l'amico di oggi può essere il nemico di domani; meglio dunque non esporsi».
Articolo pubblicato su Chips&Salsa-Il Manifesto del 7 marzo 2009

Martedì 10 marzo 2009 - 10:52 (336 giorni fa)

Raffaele Mastrolonardo

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Argomenti trattati: blogging, giornalismo

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