Il blog fa bene alla vita sociale

Una ricerca australiana sottolinea una forte correlazione tra l'aggiornamento di un blog personale e una maggiore soddisfazione sociale: interagire con individui simili in rete diminuisce lo stress. Ma proprio chi è meno integrato ripone speranze nel blog.

Conversazione tra blogIl blog? Fa bene alla socialità. È questo il verdetto della Swinburne University of Technology, università di Melbourne che ha svolto uno studio sulle conseguenze interpersonali di blog, social network e profili online. Dall'Australia arriva dunque una diversa interpretazione del fenomeno blogging, che mette in discussione l'ideologia made in Italy del diario personale come ultimo rifugio degli asociali.

Dove nasce il blog
I due ricercatori australiani James Baker e Susan Moore hanno condotto due studi in proposito; il primo – pubblicato sulla rivista scientifica CyberPsychology and Behaviour – ha indagato le motivazioni psicologiche di chi vuole avviare un blog. Questa ricerca si è basata su 600 interviste ad altrettanti utenti di MySpace, di cui solo un quinto ha risposto. È emerso che 84 persone avevano intenzione di andare oltre al profilo utente, aggiornando un vero e proprio blog, mentre le altre 50, no. Chi intendeva passare da MySpace a un vero blog, lo voleva fare perché non si sentiva sufficientemente coinvolto e soddisfatto da quella comunità, e ne cercava una nuova; gli stessi utenti insoddisfatti hanno dichiarato molta fiducia nel diario online, ammettendo che quel tipo di comunicazione sarebbe potuto essere un aiuto per loro. I blogger potenziali, dunque, nascono proprio lì dove l'integrazione sociale manca.

I vantaggi del sociale
Il secondo studio – condotto dai due ricercatori australiani a distanza di due mesi dal primo e ancora in attesa di pubblicazione – ha intervistato lo stesso gruppo di utenti MySpace, cercando di delineare le eventuali differenze. In 59 hanno risposto al questionario e proprio quei blogger potenziali (e ora in atto) hanno confermato le proprie aspettative perché, grazie al blog, cresce il senso di appartenenza a una comunità. A differenza di MySpace, in cui le relazioni sono codificate in profili "amici", nel blog i lettori e i commentatori possono anche essere utenti di passaggio; eppure, proprio questa maggiore apertura, permette alle persone che hanno idee simili di ritrovarsi senza la necessità di un ambiente statico come il social network. Oltre a questi risultati – positivi per chi utilizza lo strumento blog –, la ricerca ha evidenziato un miglioramento nello stato mentale degli utenti: tutti (blogger e non) affrontano il social network con minore ansia, depressione o stress, rispetto ai due mesi precedenti. La socialità online riesce a tranquillizzare, nel tempo, gli utenti che imparano nuove regole sociali e si mettono in gioco prima in rete e poi nel faccia a faccia.

L'altro lato della rete
L'importanza di questa ricerca, però, è decisamente limitata: un'analisi qualitativa su poco più di cento utenti MySpace non può rappresentare un universo, tanto più che i giovani che hanno un profilo sul social network di Murdoch hanno un approccio molto particolare nei confronti della rete. Impossibile è quindi estrapolare un profilo valido per i blogger o gli utenti web in generale. La ricerca però sottolinea una cosa importante, cioè che la realtà sociale che si stabilisce in rete è ben diversa dall'ideale nostrano di social network e blog, che riemerge spesso in concomitanza con reati compiuti da minorenni. Un'ideologia che incrimina il blog come luogo di asocialità e solitudine, ma che probabilmente è destinata a scomparire con il tempo, come sottolinea Massimo Mantellini. Se un individuo non si sente integrato nei luoghi sociali di appartenenza (online e offline), il blog può essere uno strumento valido per migliorare la propria socialità.

NOTIZIE Martedì 04 marzo 2008 - 12:38 (738 giorni fa)

Marina Rossi

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Argomenti trattati: blogging, social networking

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Commenti dei lettori

  • angela
    Rispetto alla "ideologia made in Italy del diario personale come ultimo rifugio degli asociali". Non sono del tutto d'accordo. Non ho dati sulla rappresentazione sociale del blog da parte degli italiani (ci starebbe bene una bella ricerca...), ma penso che qui in Italia, dove il blog è arrivato insieme a tutti gli altri strumenti di social networking non ci sia una rappresentazione sociale del blogger come del solitario davanti al suo diario. E, stando ai dati dell'ultimo rapporto istat (gennaio 2008 che registra un 36% degli italiani utenti web), direi che gli italiani si dividono in due parti: quelli che non sanno neppure che cosa sia un blog (il 64 % della popolazione, facendo il complementare di chi frequenta internet!) e quelli che lo sanno. E questi ultimi, forse un po' stordinti dalle tante voci che si rincorrono sulle pagine virtuali, a mio parere hanno la chiara percezione della socialità che si sviluppa attorno ai blog. Certo è che non La ancora scarsa frequentazione del web da parte degli italiani (il 36% secondo il rapporto istat pubblicato a gennaio 2008) può incidere su una rappresentazione sociale del web "di nicchia". E quello che è di nicchia è sempre guardato con sospetto, sussiego o superficialità: chi si rifugia nel web è perché ha difficoltà nel privato, sentenzia chi non conosce il web. Ma sono ormai assestate e assodate le teorie che riconoscono alla vita in rete una forte valenza sociale. Rispetto al blog, è davvero dei più il ritargliarsi "tempi per l'interazione sociale in rete" ogni giorno....
    05/03/2008 - 12:37
  • Marina Rossi
    Angela, è vero quello che dici. Ma in questo caso facevo riferimento all'ideologia che portano avanti alcuni mass media. In fondo al pezzo, quando parlo di questo approccio ai blog basato sul sospetto, parlo dell'abitudine – tipica della televisione – di inquadrare il diario online come fonte di perversione dei giovani disadattati. Il link a Massimo Mantellini porta a un caso recente e molto significativo, cioè una puntata di Porta a Porta in cui i blog vengono stigmatizzati. Questa ideologia – sempre meno gettonata ma ancora presente purtroppo – è ciò di cui parlo.
    05/03/2008 - 14:54
  • Marina Rossi
    Angela, è vero quello che dici. Ma in questo caso facevo riferimento all'ideologia che portano avanti alcuni mass media. In fondo al pezzo, quando parlo di questo approccio ai blog basato sul sospetto, parlo dell'abitudine – tipica della televisione – di inquadrare il diario online come fonte di perversione dei giovani disadattati. Il link a Massimo Mantellini porta a un caso recente e molto significativo, cioè una puntata di Porta a Porta in cui i blog vengono stigmatizzati. Questa ideologia – sempre meno gettonata ma ancora presente purtroppo – è ciò di cui parlo.
    05/03/2008 - 14:54

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