Intervista a Corinna De Gennaro, ricercatrice all'Oxford Internet Institute e autrice di un recente studio sulle proteste politiche online in Italia. Perché non serve a nulla oscurare i social-network: "Sono solo lo specchio dei nostri tempi".
«Facebook che istiga all'odio? Mi sembra solo un'esagerazione che dimostra una totale mancanza di cultura digitale. Quello che succede online non è altro che la fotocopia della vita politica di un paese. Ci possono essere espressioni forti, ma per lo più più si tratta di semplice condivisione estemporanea di opinioni, come nelle chiacchiere da bar. Non c'è bisogno di nessun oscuramento». Così Corinna De Gennaro, ricercatrice all'Oxford Internet Institute in Gran Bretagna e autrice di un recente studio sul legame tra Internet e proteste politiche in Italia ("Political protest Italia-style", First Monday), commenta la crociata anti-Facebook lanciata dal centro-destra dopo che sul social network sono nati gruppi di sostegno a Tartaglia.
380mila utenti che si ritrovano
improvvisamente iscritti al gruppo «Sosteniamo Silvio Berlusconi contro
i fan di Massimo Tartaglia». È successo anche questo ieri, nella
battaglia a colpi di fan che si è combattuta su Facebook. Peccato solo
che si trattava di un falso: gli amministratori del gruppo "Sosteniamo
il Made in Italy" hanno avuto la brillante idea di cambiare il titolo
per rimarcare la distanza dai primi gruppi comparsi già nella serata di
domenica a sostegno di Massimo Tartaglia (oltre 60mila adesioni). La
Procura di Roma intanto ha aperto un fascicolo sui gruppi "Dieci,
cento, mille Massimo Tartaglia" e Berlusconi a morte, prenderà in esame
il reato di istigazione a delinquere. In tutto ciò, ieri il governo e
la maggioranza non hanno perso l'occasione per tornare alla carica con
il refrain di sempre: oscurare Facebook. «È ora di dire basta ai
seminatori d'odio», ha dichiarato il ministro per le Politiche europee
Andrea Ronchi. Chissà se è consapevole che, per oscurare un gruppo
attraverso la Polizia Postale, bisogna rendere irraggiungibile l'intero
social-network. Il ministro degli interni Maroni ha raccolto l'invito:
«Stiamo valutando di oscurare i siti che incitano alla violenza».
All'appello non poteva mancare Gabriella Carlucci: «È giunto il momento
di eliminare l'anonimato in rete». Senza sapere che se c'è un posto
dove nessuno di noi è anonimo, quello è proprio Facebook. n. b.
Non ha alcun senso affermare che Facebook possa istigare alla violenza. Le dinamiche scaturite con i gruppi pro-Tartaglia non rappresentano nulla di nuovo. Semplicemente, quando c'è un forte evento politico, gli utenti si riversano online per commentarlo. C'è bisogno di scambiare idee perché magari, per mancanza di tempo, non si riesce a farlo più nella vita reale. E poi è bene ricordare che sui social-network spesso si ha un tipo di partecipazione politica ad elastico: è più forte quando accade un evento e poi va lentamente scemando.
Le dichiarazioni di Maroni e degli altri esponenti del centrodestra sono quindi del tutto fuori luogo?
Certamente. A dimostrazione del fatto che non sia colpa di Facebook, ieri sono subito nati gruppi pro-Silvio in cui una parte degli utenti utilizzava espressioni altrettanto violente nei confronti dei fan di Tartaglia. Il problema dell'Italia è che molti politici non conoscono affatto i fenomeni che vorrebbero regolamentare. Da altri studi che ho condotto su gruppi «violenti» online (come quelli pro-anoressia) è sempre emerso che, ad un certo punto, scatta una forma di autoregolamentazione. Dopo l'escalation iniziale, i toni si fanno più pacati e si tende ad isolare chi prende posizioni fuori luogo.
C'è chi sostiene, però, che in Italia il dibattito politico online sia molto più accesso rispetto ad altri paesi...
Non penso proprio. Chiunque abbia seguito l'ultima campagna presidenziale statunitense sa bene il picco di violenza verbale che si è raggiunta. E ancora adesso, su tanti blog molto schierati si continua ad utilizzare toni violenti nei confronti di Obama. Internet non fa altro che rispecchiare la cultura politica di un paese in un determinato momento. Con la differenza, rispetto agli media tradizionali, che qui c'è spazio per tutti.
Ma una particolarità in Italia c'è: in nessun altro paese le tv sono così controllate...
Questo dato certamente influisce sul modo in cui viene condotto il dibattito politico in rete. Dallo studio sui Vaffa-Day di Beppe Grillo che abbiamo appena pubblicato su First Monday (nota rivista di cultura digitale, ndr), è emerso con chiarezza una scollatura tra i media tradizionali (che hanno del tutto oscurato l'evento, sia prima che dopo) e quelli online. Questa contesto mediatico poco libero porta molti utenti ad utilizzare internet per discutere di politica e provare a cambiare l'agenda del paese. Su Facebook e i blog traspaiono idee che non avrebbero mai spazio sui grandi media italiani.
Il successo del recente No-B Day è stata una riprova di come Internet sia una potente piattaforma di organizzazione politica. Perché questo successo in Italia?
Sebbene l'Italia sia uno dei paesi con la più bassa penetrazione di internet in Europa, c'è un forte utilizzo della rete per socializzare le proprie idee politiche. E in alcuni casi passare anche all'azione, organizzando proteste come i Vaffa-Day e il No-B Day. In entrambi i casi, comunque, non si può parlare di semplici manifestazioni nate online. Non si costruisce nulla di duraturo se non c'è anche un forte nucleo organizzativo, capace di tenere le fila fuori dalla rete.
Ma al di là delle proteste una tantum, la rete può davvero cambiare la politica?
Internet certamente facilita la partecipazione civile, ma di qui a dire che può rivoluzionare la politica il passo è ancora lungo. Servono anche altre istituzioni (i partiti, ad esempio), in grado di intercettare questi movimenti e trasformali in qualcosa di concreto.
Articolo pubblicato su Il Manifesto del 15 dicembre 2009
Martedì 15 dicembre 2009 - 09:15 (88 giorni fa)
Argomenti trattati: politica, social networking
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