Blogger al verde

Daniel Suelo da anni vive in una grotta senza un soldo, ma riesce a comunicare con il resto del mondo attraverso un weblog. Come lui anche l'inglese Mark Boyle. Freeconomist che rifiutano tutto, ma non la tecnologia.

Lo chiamano il blogger delle caverne. Di sicuro, in tutto il panorama dei media sociali online, è quello dall'impronta ecologica più piccola. O meglio: pressoché inesistente. Daniel Suelo da nove anni vive senza toccare un centesimo: non dispone di un conto in banca, né di una casa, non possiede beni di alcun genere, non ha un lavoro e tantomeno un'assicurazione sanitaria. Non accetta elemosine né buoni pasto. Fin qui sarebbe simile a molti altri homeless, se non fosse che la sua è una scelta volontaria, e soprattutto che ha deciso di raccontarla attraverso un blog.

Alla «caverna» ci è arrivato ovviamente alla fine di un percorso: laureato in antropologia, dopo varie esperienze di volontariato e lavori nel sociale, ha preso sempre più consapevolezza del suo anticapitalismo, ma soprattutto della sua idiosincrasia verso il denaro. «I soldi – ama ripetere – rappresentano una mancanza; raffigurano cose nel passato (il debito) o cose nel futuro (il credito). Mai quello che è presente». Dopo una fase sulle orme dei monaci buddisti in Estremo Oriente, Daniel, sulla soglia dei 40 anni, ha pensato che la vera sfida sarebbe stata praticare il vagabondaggio in America, nel suo Paese, nella «nazione più materialistica e devota al denaro» del mondo.

Negli ultimi 3 anni si è rifugiato in una grotta nel deserto dello Utah, in un canyon ricco d'acqua. Una regione calda e incantevole – il tipico paesaggio da film western, dove lo stesso John Ford ha girato alcuni dei suoi film. Da qui Daniel raggiunge a piedi la cittadina di Moab, a un'ora e mezza di distanza, dove si procura cibo e vestiti frugando tra i rifiuti, e soprattutto dove si connette col mondo, grazie ai computer della biblioteca pubblica. Ma a scoprirlo e a portarlo alla ribalta è stata la crisi economica: giornalisti e lettori, affascinati dall'unico americano del tutto immune al credit crunch e allo scandalo dei subprime, lo hanno improvvisamente cercato. Dalla scorsa estate Daniel ha passato molto più tempo online, una o due ore tutti i giorni, per smaltire la quantità di posta ricevuta. Quello che più intriga i suoi interlocutori è proprio il rapporto con la tecnologia.

«Ho sentito un bisogno impellente di comunicare le mie idee al mondo, e di farlo liberamente, senza costi, per quanto potevo – spiega a il manifesto via mail – E' come se fossi scappato da una prigione, ma volessi entrare in contatto con chi è rimasto dentro». Una definizione di internet certamente originale. Sono stupito del fatto di vivere in un periodo in cui è possibile comunicare con tutto il pianeta – ribadisce Daniel - D'altra parte penso che la tecnologia dovrebbe servirci e non renderci schiavi. Ma la prima condizione è realizzabile solo se la tecnologia viene distribuita e ricevuta liberamente, insomma se esce fuori dalla commercializzazione».

Sul suo rapporto con la Rete è stato quasi costretto a riflettere: sono in molti, tra gli amici e i detrattori, a rinfacciargli la contraddizione di una vita sganciata dal denaro ma non dal computer.
«Rispetto quelli che rifuggono dalla tecnologia, così come quelli che evitano l'alcol, se questo costituisce un problema per loro. La mia filosofia di vita è di essere come la natura, vedere tutto per quello che è, usare tutto senza giudizi o discriminazioni, se lo si può fare senza sostenere il sistema basato sul denaro».
A quanto pare l'apparente contraddizione manda su tutte le furie chi non approva la sua scelta esistenziale. Tra le email che riceve una parte sono di insulti. L'accusa principale è di essere un ipocrita perché utilizza prodotti realizzati con i soldi, come i computer, le discariche o la stessa biblioteca. Lo chiamano parassita, scroccone, una sanguisuga, che per di più si considera superiore agli altri. Addirittura ha ricevuto critiche da sedicenti cristiani.

«C'è molto risentimento, specie da parte di chi ha famiglie da mantenere e debiti da pagare. Lo capisco. Probabilmente sto pungendo il cuore della civiltà commerciale».
La storia di Suelo, checché ne pensino i suoi critici, ha qualcosa di profondamente americano: mescola la religiosità intensa dei primi coloni, lo spirito della frontiera, il fascino di gettarsi «into the wild», l'anelito alla libertà, con residui di controcultura. Il tutto condito dall'attuale esplosione digitale, dall'etica geek e l'imperativo di comunicare.
«Credo che gli spazi aperti dell'America accendano non solo l'anelito a vivere in una natura incontaminata, ma lo facciano sembrare più di una possibilità. Inoltre nel nostro Paese c'è un continuo parlare di libertà: la maggior parte di questa retorica è propagandistica e insincera, ma alimenta comunque il desiderio di trovarla per davvero».
La libertà di Daniel, comunque, è molto meno solitaria di quanto possa apparire. E non solo perché a Moab è una celebrità ed è complessivamente ben accolto. Non solo perché di tanto in tanto passano a trovarlo degli amici o lui stesso raggiunge il fratello spostandosi perlopiù in bicicletta. Ma perché tramite la Rete e le email si tiene in contatto con altri blogger senza un soldo come lui. Ad esempio si è scritto con Mark Boyle, un trentenne inglese che ha deciso di vivere per un anno senza un penny.
La figura di Boyle è molto diversa: non ha l'alone profetico di Suelo, e non vive in una grotta. In precedenza aveva tentato di arrivare in India a piedi e senza denaro, ma la sua impresa si era fermata a Calais: il suo afflato gandhiano non ce l'ha fatta contro la diffidenza francese verso gli anglofoni. Ora da circa un anno vive in una roulotte, si coltiva il suo cibo, non tocca una sterlina anche se dispone di un cellulare (solo per ricevere chiamate) e di un laptop che ricarica a energia solare e da cui aggiorna un blog collettivo.

Anche lui – come ha scritto sul Guardian - ha ricevuto molti commenti ostili, del genere: «Perché non dare via anche il laptop, eh? Ipocrita». Boyle si giustifica con la necessità di contribuire a un cambiamento sociale. «Fin dall'inizio – scrive – ho deciso che se avessi incoraggiato altri a ridurre il proprio impatto sul pianeta potevo anche accettare di essere chiamato ipocrita; ne sarebbe valsa la pena». Ora il prossimo obiettivo di Boyle è di creare una comunità che si sostenga completamente senza soldi, ma poiché è dubbioso su come procedere, ha chiesto consiglio in Rete, attraverso il suo blog.
Ancora diversa è la storia di Heidemarie Schwermer, con cui è in corrispondenza lo stesso Daniel Suelo - una ordinata signora ultrasessantenne che da 12 -13 anni vive senza soldi in Germania, grazie al baratto, allo scambio, all'ospitalità e a una ricca rete di contatti (il suo sito web è http://projekte.free.de/gibundnimm/index.htm). In Italia è abbastanza nota, anche perché è stato tradotto il suo libro, Vivere senza soldi (edizioni AAM Terra Nuova).

Certo, siamo molto lontani dalla dimensione estrema di Daniel, il quale non disdegna tra l'altro di saltare due cavallette in padella. Ma l'opinione di quest'ultimo sulla modernità della propria scelta sarebbe forse condivisa anche da Boyle e Schwermer. «Cina, Tibet, Giappone, India hanno prodotto monaci e vagabondi; ci sono stati i fachiri del mondo arabo; i francescani da voi… Oggi si potrebbe considerare chi rifiuta i soldi un residuo ancestrale; ma anche all'epoca chi rinunciava a tutto veniva bollato come una cosa del passato». Del resto è dura dare dell'arcaico a chi «blogga».

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 21 novembre 2009

Lunedì 23 novembre 2009 - 12:31 (78 giorni fa)

Carola Frediani

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