Access denied!

Filtri e restrizioni del web si fanno strada anche nelle democrazie. Lanciano l'allarme alcuni recenti studi sulla libertà online. Ecco cosa sta accadendo in Australia, Francia, India, Sud Corea e Argentina.

La bandiera argentinaAustralia
Dal prossimo giugno entrerà in vigore una nuova legge che prevede la creazione di una blacklist di siti indesiderati. L'elenco è rigorosamente top-secret e ancora non è chiaro chi dovrà aggiornarlo. Molto probabilmente se ne occuperà un'autorità governativa che potrà utilizzarlo anche per scopi politici, come ha denunciato di recente il sito di soffiate online Wikileaks che è riuscito a procurarsi una copia della lista nera: oltre ai domini etichettati come terroristici o pedopornografici, sono stati inseriti anche siti che parlano di eutanasia, poker online e satanismo. Tra i tanti "sospetti", anche quello di uno studio dentistico: il che la dice lunga sulle modalità con cui è stato compilato l'elenco. La normativa prevede inoltre un tetto di due connessioni per famiglia: una ultra-filtrata per i minorenni, l'altra per adulti, anche questa, comunque, monitorata. Proprio per questo motivo, nel suo ultimo studio Reporters Sans Frontières ha inserito l'Australia tra le "democrazie in bilico".

Francia
Il parlamento ha appena approvato la controversa legge Hadopi "tre errori e sei punito". A breve, tutti i navigatori d'Oltralpe saranno monitorati da agenzie private (finanziate dalle major del disco e del cinema): quando un utente viene "colto in flagrante" a scaricare contenuti protetti da copyright per le prime due volte viene avvisato con una raccomandata, mentre alla terza scatta la sospensione della connettività per un periodo che va da un mese a un anno. Molte le polemiche sollevate dal nuovo provvedimento, anche perché la "punizione" non viene stabilita dalla magistratura (come avviene in tutti i paesi democratici), ma dalla nuova agenzia governativa Hadopi. Il Parlamento Europeo si è già espresso tre volte contro questa misura. Bruxelles ha ribadito che solo un giudice può decidere quali provvedimenti adottare. E in ogni caso non può esserci disconnessione.

India
Nel suo ultimo numero, il quindicinale statunitense Foreign Policy include anche l'India tra le democrazie repressive, paese in cui il filtraggio della rete è da sempre operativo per motivi anti-terroristici e politici. Basti pensare che nel 2003, dopo i ripetuti oscuramenti, il quotidiano indipendente Tehelka ha deciso di passare dal web alla carta per godere di maggiore libertà. Il governo di Dehli può contare anche su una struttura dedicata (l'Indian Computer Emergency Response Team) che ha pieni poteri di azione sui siti considerati pericolosi, soprattutto sul fronte dell'integralismo religioso. E così nel 2004, il servizio di forum Yahoo Groups fu reso inaccessibile a migliaia di utenti a causa di un messaggio pubblicato da un gruppo separatista. Le misure sono diventate ancora più severe dopo gli attentati di Mumbai, quando si è scoperto che le azioni terroristiche erano state pianificate con l'aiuto di Google Earth: un giudice ha ordinato il blocco del popolare servizio e di altri siti di mappe online.

Sud Corea
Paradossi dell'era digitale: nel paese con uno dei più alti tassi di penetrazione della banda larga (raggiunge quasi 8 famiglie su 10) è in vigore una delle più draconiane legislazioni contro la libertà di espressione. In base alla Anticommunist National Security Law del 1948, un utente può essere detenuto fino a sette anni se condivide materiale filo-Corea del Nord. L'interpretazione repressiva della legge spesso si allarga a dismisura: di recente è stato arrestato un blogger con l'accusa di aver pubblicato messaggi in grado di «turbare gli scambi finanziari» e di minare «la credibilità della nazione». Il blogger in questione aveva semplicemente previsto il fallimento della Lehman Brothers: ancora adesso è in carcere dove sta scontando una pena di 5 anni. La diffusione di «false informazioni» è inoltre tenuta sotto controllo con l'obbligo per tutti i siti con più di 300 mila visite di identificare ogni utente che lascia un commento.

Argentina
Diego Armando Maradona è tra le 70 celebrità che hanno portato Google e Yahoo in tribunale con l'accusa di diffamazione a mezzo motore di ricerca. Il manipolo di star contesta i risultati restituiti dai due motori in associazione ai loro nomi: spesso sono diffamatori o, addirittura, rimandano a contenuti pedopornografici. Il problema a quanto pare è però un altro: Google e Yahoo rendono facilmente reperibili notizie di gossip sui loro trascorsi di cui non vanno più fieri. Ad ogni modo, un giudice di Buenos Aires ha riconosciuto i due motori responsabili dei risultati che generano. E così ora quando in Argentina si cerca "Maradona" o un'altra delle 79 estrellas viene visualizzato il messaggio: «Siamo obbligati a sospendere temporaneamente tutti o alcuni dei risultati relativi a questa ricerca».

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto dell'11 aprile 2009

Leggi anche:

- Dall'America all'Europa l'onda lunga del controllo

Mercoledì 15 aprile 2009 - 14:11 (337 giorni fa)

Nicola Bruno

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Argomenti trattati: censura, internet

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Commenti dei lettori

  • laki
    aiuto ,non capisco perchè non riesco a visualizzare la mia posta vi prego di contattarmi 3472595122 l'imdirizzo email solo per posta rapida altrimenti non posso visionarla
    28/04/2009 - 15:12

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